SALVE A VOI MESSERI

Liberi pensatori costretti, Poeti orfani di rime, Sognatori dagli occhi aperti, Disillusi pieni di speranza, Romanzieri senza trame e Pittori dalle vuote tele.
S' accende oggi il fuoco fatuo intorno al quale raccogliersi e danzare.
Questo è il gran falò ove chiunque può narrare. in prosa, rima e smodata follia, i salti del suo cuore, i sogni che fa da sveglio, le veglie che tien di notte.
Arcadia del talento mancato od inespresso.
Società di mutuo sarcasmo e libera poesia.

martedì 30 dicembre 2008

Il mare assente.

IL MARE ASSENTE.

Sono un uomo che non è mai nato.

Della mia nascita non ho memoria né trovo tracce di crescita sul mio corpo. So di avere dei ricordi ma nel momento in cui provo a ridirli essi mi sfuggono come un piacere intenso che si rimanda fino a cadere nell’oblio. L’unica cosa di cui sono certo è di avere avuto origine in provincia. Non sono di quelli, io, nati in una capitale. Ho molto viaggiato anche se viaggiare per me non significa niente.

Non avendo passato non so emozionarmi, non riesco a cogliere nella natura quel riflesso d’infanzia che la renderebbe mitica e così il colore mi lascia indifferente e la bellezza dei paesaggi mi annoia.

Ho sempre avuto un bagaglio leggero ed abiti semplici che mi rendevano anonimo. Non ho mai assunto un’aria compiaciuta o ironica di fronte ai commenti dei miei compagni di viaggio. Mai ho schernito i loro facili entusiasmi. Anzi spesso li ho invidiati.

Le mie mani e i miei occhi sono le parti più belle del mio corpo.

Gli occhi sono di un azzurro affilato che sarebbe severo se non brillasse d’ingenuità nell’ovale del viso.

Quando sorrido sento il sole premere dietro le pupille.

Ho molto lavorato e spesso mi son rotto le ossa in mestieri di fatica eppure le mie mani sono bianche ed eleganti come quelle di un pianista o di uno studente.

Del lavoro non mi è mai importato nulla.

Ho fatto di tutto col massimo impegno e il più totale disinteresse. Le ore si sono succedute sulla mia pelle con violenta regolarità ma gli anni mi sorprendono giovane.

Io non invecchio.

Nessuno può dirlo perché nessuno mi riconosce per la strada. Non ho amici né famiglia. Le persone che incontro mi trovano simpatico e si riservano di invitarmi a cena ma poi, inevitabilmente, se ne dimenticano. Chiunque mi saluta abbracciandomi il giorno dopo torna a stringermi la mano e quello successivo a stento mi rivolge la parola.

Sono magro, curioso e assente.

Solo il mio sorriso, alle volte, mi risulta volgare, ma solo quando non lo controllo e mi sorprende in uno specchio o in una vetrina.

Amo le forme femminili.

Le donne.

Ne ho conosciute a centinaia.

Con ognuna di loro ho fatto l’amore senza sentire niente. Non lo dico con orgoglio perché l’orgoglio presupporrebbe consapevolezza e io non ho mai capito cosa mi stesse capitando.

Sono caduto nell’amore perché non lo volevo.

Io non parlo, non ho mai saputo ballare, non sono intraprendente né timido. Se sorrido lo faccio in solitudine ed evito di guardarmi negli occhi. Non sono virile ma nemmeno effeminato. Non ricerco passione e nemmeno protezione. Tutte le donne che ho incontrato hanno detto di trovarmi interessante perché me ne stavo zitto.

Loro parlavano.

Decidevano i tempi della storia.

Quando una di loro mi ha chiesto a cosa pensassi sempre, di continuo, perché era chiaro che avessi un’idea, una turbativa costante che mi rapiva dal mondo rendendomi vacuo e lontano, io le ho risposto: penso al mare.

Ed era vero. Ma non come la maggior parte della gente.

Ogni volta che ho cambiato città e posto di lavoro, ogni volta che ho abbandonato una casa prima che prendesse la mia forma, ad ogni nuova donna che pesava sul mio silenzio, io ho sentito il mare.

Non un mare estivo, garrulo di gioia e sospensioni, e nemmeno un mare invernale, tetro e rombante in una cornice di negozi chiusi e barche capovolte. No, io sentivo il mare riempire il cavo del mio corpo vuoto di passato. Avvertivo le acque schiaffeggiare i miei ricordi ciechi avanzando in me con onde come labbra arricciate.

E in ogni nuovo posto il mare dentro.

Tutto ciò che non sapevo di me stesso, quando inquieto profanavo quell’ assenza, veniva raggiunto dallo sbattere dei marosi sul pontile deserto. Da quel pontile osservavo me stesso, le mie profondità lenite.

Il sale curava una mancanza che tornava a riaprirsi.

Ad ogni nuova donna.

Città

Lavoro.

Non potevo spiegare, non seppi mai ridire quel mare.

Come i miei ricordi la certezza di quel mare mi si negava.

Per un po’ provai a vivere in spiaggia. M’imbarcai persino. Pensavo che così a stretto contatto con le acque, il mare mi avrebbe restituito i miei ricordi. Ma fu un fallimento. Non ero nato per essere un’isola. Ero una provincia immobile.

Il mio mare rivelava una radice senza tempo. Ero l’eterno senz’ombra la cui giovinezza priva di memoria genera un amore mostruoso.

Dietro l’anonima struttura del mio essere viveva una fame incessante come il ripetersi delle maree. Niente bastava a saziarmi.

Lasciavo le mie donne non appena finivano il mio silenzio sbattendo contro il passato come farebbe un insetto contro un vetro.

Lo facevano più volte, impossibili nel credermi privo di ricordi. Io cercavo di calmarle ma esse non si davano pace. Non era il fatto che io non fossi nato ad inquietarle ma il fatto che io non me ne curassi. Dovresti impazzire, mi dicevano.

Ma io sentivo il mare e le lasciavo tutte.

Sono un uomo che non è mai nato, la liquida armonia che riempie le mie vene è il racconto di un mare olimpico, immobile come un dio dell’antichità.

Io non so cosa sia la malinconia e la luce del sole è per me sempre nuova.

Non piango nei pomeriggi estivi e fra le ceneri chiare dell’autunno non spunta la viva favilla d’una rimembranza. Dietro l’azzurro dei miei occhi quieti infuria la tempesta d’una fame oceanica; nella notte sento i verdi fragori riempire le mie vene orfane di passato…sono il pontile spazzato dai venti annodati, sono il viaggio senza ragione di chi lascia fluttuare le proprie origini come bandiere intirizzite.

Io non cerco il mare, è lui che mi soccorre ferendomi.

Senza di lui il vuoto ingoierebbe la mia fame uccidendo le mie assenze.

Sono un provinciale e, come tutti i provinciali, ho il mito della città perfetta. La sogno immensa come il secolo che volta il millennio, fiorita di chiese, pennoni, bianche cinte rugose, vibrante di cori andalusi, ma soprattutto vinta di elettriche visioni.

Sogno una città affollata ad ogni ora del giorno e della notte dove il sonno sia stato debellato da una gioia idiota e onnipresente. Sogno una turba di folli e giovani menti che insceni un carnevale rabbioso per le vie della città vecchia.

Un porto che raccolga la luna in scaglie fiammeggianti sui detriti marini.

Sogno un margine inesplorato dove si grida ubriachi al deserto e si osserva il libero spazio cadere a latitudini insperate.

Sogno di camminare in questa città come solcando un corpo di donna marezzato dai canali brillanti. Sogno il cantico dei riflessi che l’alba depone sulle uova della notte, un infinito crepuscolo che tinga di viole le rovine remote, sogno un esercito di orfani dagli occhi neri che spicchi i corpi dai patiboli e li cosparga d’oro, sogno una cattedrale di luce dove grida esplodano al vetro dei rosoni.

Là troverò la mia nascita dimenticata fra i filari rugiadosi e la coglierò bagnata d’umori fra il frinire dei grilli e l’odore delle clematidi.

La mia giovinezza si scioglierà al frastuono delle onde e la fame siederà su un capitello spezzato liberando sale fra i ricordi.

Avrò diritto di cittadinanza nel passato, la luce si perderà nella natura e finalmente piangerò su ciò che fu bello e che non ritornerà.

Il Lorenzaccio

NATALE

Fiocchi scarlatti
e bagliori vermigli.
In lacrime calde
e tazze fumanti.
Solo di nuovo,
in mezzo alla gente,
guardo cadere
ricordi d' infanzia.
Tra luci che soffrono
e regali che tornano.
Mesto sorrido
all' infinito inganno.
Sorrido e resto,
sul mio piccolo scranno,
re nel nulla d' un nuovo passato.

venerdì 5 dicembre 2008

Quelle ombre sottili

Quelle ombre sottili che tremano, di panna e grigio, si poggiano sui nostri volti atterriti, come una ferita o il bordo di un uragano..
Quelle ombre sospese, lembo di medusa, tenda sul mare che brucia l'aria d'agosto, vampa rorida e tocco sottile.
Quelle ombre che come il sole su un duomo vibrano d'immota passione e i nostri occhi fanno di ghiaccio bollente.
Quelle ombre che tacciono eppure parlano il linguaggio della acque secolari, che passano sull'esistenza come fantasmi e tutto sanno, quei disegni in cui un colore s'innesta e li racchiude tutti.
Quelle ombre che impazziscono il cervello ed io furioso tento di strapparle mentre esse m'irridono leggere e passano sul mio corpo ad una sola dimensione come le nubi sulla pelle di montagna.


Il Lorenzaccio

giovedì 6 novembre 2008

NO!

NO! NO, ANCORA NO!
Stai basso, giù, sotto. Bravo. Così, buono così. Non ti muovere….
DANNAZIONE!
Il sole sta già sorgendo.
La luce… no, non ci voleva proprio.
Continua a star fermo. Non ti muovere, respira piano. Forse…
Fermo, rimani nel buio.
Il BRACCIO! NON SENTO PIU’ IL MIO BRACCIO!!! Aspetta provo a muoverlo un po’, lentamente… AH CHE DOLORE LANCINANTE!!! sembra ci siano mille formiche affamate che mi mordono sotto la pelle, AH… Zitto però, STAI ZITTO! Lo so fa un male d’ inferno, ma cerca di resistere, non urlare stai zitto! SHHHHH! In silenzio…
Cerca di muovere le dita una alla volta, in questa maniera esatto.
Devi far tornare in circolo il sangue.
Le formiche stanno impazzendo… CRISTO! Sembra quasi mi stiano sbranando.
Adesso prova a piegare il polso, un millimetro alla volta… AHH
ZITTO! NON DEVI FARTI SENTIRE! STA’ ZITTO!
Bravo così, stringi i denti… e prova a spostare il braccio da sinistra a destra si esattamente così .
SHHHH! Fa male lo so ma devi stare in silenzio… mordi qualcosa….
Ecco si quello. Sta passando vero? Fa meno male adesso?
CAZZO! La vescica,,, proprio ora !
Devi trattenerla. Forse se andrà.
Dai! CORAGGIO!!! Respira lentamente, cerca di rallentare i battiti… in questa maniera, esattamente così…
Vedi sta già passando…. Fiù l’hai scampata bella!!
Per poco non ti facevi fregare per due gocce di pipì…
Ecco, se ne sta andando. Fermo ancora qualche istante… ce l’ hai quasi fatta….
Stai ancora sotto… forse non ti vede…
- AMORE… Sono le cinque e mezzo, io vado… ah prima di uscire, manda la lavatrice poi ricordati di portare fuori la spazzatura, mi hai sentito? Sei Sveglio? È inutile che tieni la testa sotto il cuscino… su è ora di alzarsi… Tesoro? Ma ti vuoi svegliare.
Ce l’avevi quasi fatta…

domenica 26 ottobre 2008

il ragazzo dei morti.

Sono il custode dei morti.
Non ho memoria dei miei predecessori quindi non ho che istinto e buona volontà per soddisfarli. Mi dànno tutto il giorno dietro le incombenze che essi mi sussurrano o che giungono in echi ghiacciati dagli abissi ove si cacciano per non farsi scovare dai miei occhi.
Vengo comandato da queste voci millenarie la cui morte non riesco a datare e che suonano come appelli fra il disperato e il crudele. E' un lavoro il mio, non sarà mai un mestiere, tantomeno un'arte.
Ogni giorno dimentico gli affari svolti il giorno precedente, ogni giorno nuovi comandi mi raggelano il sangue risorgendo dalle profondità come acque stanate da frane o sommovimenti geologici.
Salgono le voci dei morti ma, uditivamente, è come se scendessero; e nell'illusione che l'eco produce sui miei sensi inebetiti, esse chiedono tirando l'orlo della mia anima con dolcezza.
I morti sono i miei padroni ma essi dipendono da me.
Nessuno obbedisce ai loro richiami.
Nei secoli, è vero, qualcuno è stato in grado di ascoltarli e forse perfino di comprenderli ma al momento di divenire il loro servo la ragione ha dissolto quelle voci lamentose ed egli si è allontanato, le mani nei capelli, come chi si accorga nel domiveglia di cullare non un volto di donna ma uno schifoso animale.
Sono il custode dei morti, un'opera orribile certamente, ma più di quanto avessi mai sperato di diventare. Non ho esperienza dei viventi e i moti dell'esistenza da sempre mi sgomentano.
Seduto nel mezzo della giornata, i nervi torturati dai comandi, l'andare della gente comune mi sembra incomprensibile. Dal cielo un sole freddo scompone i loro movimenti in gesti ripetuti, li osservo brulicare nell'infetta città senza musica nè solennità. Al loro cospetto gli ordini delle voci millenarie sembrano una danza colorata.
Al buio dei sepolcri occhi meravigliosi m'infondono la forza necessaria a superare le incombenze del giorno. E nell'assenza di luce la scansione delle forme è ricca visione.
Ne godo come un cretino che guardi il sole sorgere per la prima volta.
Non mi parlano i morti.
I loro echi mi raggiungono e mentre corro come un fattorino per eseguire tali incombenze, tutte le vite cessate mi entrano sottopelle e mi giudicano bonariamente per la mia nullità. Posso sentire l'affetto che essi mi dedicano scuotendo il capo per le mie negligenze, un bene malato come quello che si sviluppa fra un moribondo e il figlio da cui dipende.
La mano dei morti mi spinge con rabbia alla vita ma subito mi afferra per i capelli timorosa di perdermi per sempre.
I morti mi umiliano ma lo scherno in cui vivo è l'unica dimensione in cui il mio spirito deforme possa sopravvivere. Guardo l'amore a capo chino, l'ombra dei cipressi negli occhi, il corpo solidamente premuto contro l'ingresso della cappella.
Le mie mani giocano al sole e ciò che resta dei loro movimenti lascia sulla luce tracce esangui come su una pelle premuta da una stretta convulsa.
Non so fare niente.
Questa è l'unica qualifica che i morti richiedono.
Ogni giorno il mio essere si prostra ai loro comandi come annullato.
Ogni giorno ogni nuova voce mi uccide per trasferire in me la purezza necessaria.
Devo accettare fino in fondo la follia del mio lavoro. La ragione serve per capire ciò che mi viene richiesto, ma la ragione deve restare per fissare i luttuosi occhi fino alla lucidità di un mistero che aleggia in musica e che non viene colto se non nel crepuscolo dei sogni.
Sono il guardiano dei morti, la mia giovinezza è lo zero universale in cui mi seppellisco per risorgere ogni nuovo giorno ai loro comandi.
Come questi alberi levigati, come i sentieri fra le tombe, come queste ombre tagliate che contengono segreti inconfessabili che non so dire ma che ora vivono in me, eterni feti che mai verranno alla luce e che sono condannato a intuire.
Io non ho un linguaggio adatto ad esprimere simili prodigi. La mia lingua mi è insufficiente, ciò che è stato detto o scritto finora non è niente rispetto a ciò che i morti mi dicono.
I miei sensi si intrecciano come serpenti e le parole si rincorrono superbe, sicure di afferrare, sicure di prendere, per poi ritrarsi come bestie imbecilli di fronte all'unicità di quel che finisce per abitare il mio corpo.
La certezza di possedere il mistero dei morti è l'umiltà di servirli agli occhi del mondo.
Ho sacrificato il tempo ai morti. Non ho più finalità. Ogni cosa che inizio è pura azione, dettato mistico, danza epilettica al suono di voci implacabili.
Il mio corpo è il materiale plastico della morte.


Una nuova alba sorge su di e alitando brina sul viso scavato.
La veglia ha reso la mia volontà scaltra e ipersensibile.
Lustro l'uniforme dai bottoni dorati che rilucono come strumenti d'ottone in una marcia funebre. Un nuovo sorriso ferisce il pallore dei sudari, appese alle statue unte ragnatele ondeggiano prefigurando l'allucinazione.
Niente ha più senso nè legami al di fuori di questo.
C'è solo la morte e la sua varietà sa stordirmi.
Neri uccelli muovono mansueti al mio cospetto.
Cado rovinosamente, svezzato e lucido.
Le spighe graffiano il cielo mentre sui monti una linea densa di giallo invade il viola, maturando.
Risa, strida e pianti.
Ora tutto è nuovo, come ogni giorno la natura si riplasma ed ogni sua funzione è schiava della morte. Servo dei morti anch'io, elemento ubbidiente, con la sciocca voglia di tradurre in segni il paesaggio urlante. La memoria sepolta mi raggiunge in erbe lascive che nascono veloci dallo scabro terreno.
Un fiume dai riflessi distruttivi s'intravede fra le sagome degli alberi.
Sono il guardiano dei morti, un ragazzo. Solo un ragazzo potrebbe correre per servire l'impossibile. Solo un ragazzo potrebbe vedere la natura morta, infeconda messe stillante.
Sono vergine impotente e pazzo.
La combinazione dei colori ritrae un soggetto che non può essere visto nell'insieme.
Ho un fiore d'indolenza che pende dalla bocca, un berretto che perdo e ritrovo ad ogni alba, una chimica voglia che dona agli occhi una luce vermiglia.
Solo servendo i morti la mia opera può oscillare fra la demenza e la divinità. Bisogna essere esili, una spiga può graffiare il cielo solo se sa piegarsi all'alito del tramonto. Un simbolo può far male solo se è chiuso. Un simbolo non ha linguaggio, appare identico a tutti nelle sue diverse figurazioni.
Guardatemi.
Tutti sanno che sono il ragazzo dei morti perchè li ho ascoltati oltre il margine dei colori e dei significati, l'eco e l'ombra hanno raggiunto il mio corpo.
Ora le parole muoiono, l'ombra invade la luce ed io divento l'eterno servo di ciò che non può essere detto.
Nei sogni, lente deformante.
Nei riflessi, credenza e ricordo.
Nei suoni, inquietudine e grandezza.

(Il Lorenzaccio).

mercoledì 22 ottobre 2008

In me

Deluso riflesso
D’ un sogno sbiadito
Annego in me stesso

martedì 14 ottobre 2008

Barocco 3

Si muove per quadri eccessivi, non ha che genesi mozze, niente in lei finisce ma si esaspera in cataste di simboli,
calza la luna, i bambini la seguono ma ne hanno paura.
Piace per quello che odia di sè, sul suo vestito enorme il mondo banchetta rallentando.
Si dispiega il dolce alito della decadenza e la cipria dei suoi lombi copre di rosa le vette assolate,
gli occhi reduci si stringono chimicamente mentre tocca con le unghie l'orizzonte, i capelli montati a notte oscurano l'inutile azzurro, quando sta per venire compie un crimine che lacera l'aria, la musica che la segue viene raggiunta da un'unica nota terribile,
è il viola collasso, la gioia sopraffatta dall'ombra,
il suo corpo bulimico si perde nella crinolina, essa si nutre di cose che non devono esistere,
tutto ciò che mangia ha una scelta di colori complessi,
non ha mai fame, è sempre insaziabile,
la sua vestizione è un rito antico come le stagioni,
ogni cosa che indossa ha legami con le altre ma rappresenta uno stato d'animo perfettamente indipendente;
la sua inutile bellezza è un sole deposto su un letto mestruale,
è un fiore costruito la cui crescita si rinnova sulle parti dipinte, la sua cura è più preziosa di qualsiasi messe, l'inusuale grazia dei suoi passi ridisegna la moda del continente,
è nuova anche se non cambia, moderna per rifiuto,
ogni giorno il suo viso accoglie la luce in modo diverso,
ogni pittore la ritrae in pose differenti ma resta un'unica immagine che non viene mai colta,
la sua sterilità è figlia del suo essere,
il suo sangue è la corrotta semenza d'una dinastia chiusa,
la sua unicità il ribelle atto di vile ultimogenita,
mari rossi le risciacquano le viscere,
colli bruciati spuntano alla pelle in un disfatto aroma di cordite,
l'odore del suo sesso è misto a quello della guerra, colossali tramonti la cingono in un'eterna icona bizantina,
il suo linguaggio è un grezzo oro senza nome,
ella non parla, le parole che emana il suo stile la rincorrono come sciami d'esotici uccelli;
ogni nuova forma la possiede fino allo sfinimento ed ella la possiede tentando di definire l'indefinibile,
quel qualcosa che la abita e che esiste in luce tra le pieghe del suo spirito malato,
non c'è che questo, il rendere finito l'infinito abisso che elettrizza il dolore trasformando in vitalità l'arresa.

Mille maschere, albe raggiunte, notti desolate, viaggi su cui le palpebre si chiudono come sepolcri, eppure ferma nell'attesa di dire ciò che non può essere detto,
mano musicale che tenta di racchiudere l'universo come un uccello ferito...
...ingenua perdizione, passionale innocenza,
si muove fra i giovani come una vecchia,
fra i vecchi è sempre la più giovane.

(Il Lorenzaccio)

venerdì 10 ottobre 2008

Una ragione per vivere

Come tutte le mattine sgranò gli occhi tre minuti prima dell’ ora su cui aveva puntato la sveglia.
Tre minuti.
Troppo pochi per riuscire a fare un’ ultimo sogno, troppi per alzarsi soddisfatto.
Imprecò mentalmente e mise fuori un piede, il sinistro. Sollevò la coperta e tirò fuori anche l’ altro.
Le ciabatte erano un paio di fredde mattonelle più in là. Fece un profondo respiro, spense la sveglia e raggiunse le sue pantofole.


Aveva l’ abitudine di andare in ufficio un’ ora prima. Non si segnava straordinario. Avrebbe voluto usare quell’ ora per leggere il giornale in santa pace, ma già da tempo aveva dato il destro a chi lo straordinario lo prendeva e ne approfitta per andare a fare colazione al bar. La vita non è giusta.
Il capoufficio entrò come al solito spalancando la porta.
Sbam!
Ogni giorno era un colpo al cuore. Un battito perso, un attentato al suo muscolo cardiaco. Ci vuole tanto per non sbatterla. Stronzo.
Si guardò intorno e si accorse delle nuove pratiche, che la sera prima, quando era uscito, non c’ erano. Ovviamente erano state messe lì a bella posta di modo che il Grande Capo nel suo giro serale le notasse.
Emise un sospiro e si mise al lavoro.
Uscì dieci ore dopo, con la solita acidità di stomaco e un mal di testa che la metà sarebbe bastata.
A volte se i cavalli non corrono è colpa del fantino… Cominciava a dubitarne.
Tutti i giorni lo stesso beffardo rituale.
Settimana, dopo settimana le stesse lavate di capo immeritate. Le stesse umilianti ore alla fotocopiatrice.
Tranne il sabato.
Il sabato era suo. Totalmente.
Andava per i boschi, a volte a funghi, altre ad asparagi. Altre ancora semplicemente ad ascoltare il silenzio.


Non ricordava di aver mai girato a sinistra dopo quel masso.
Si, quella enorme sfera di granito era un riferimento che prendeva spesso.
Era impossibile non notarla, non vi era spiegazione logica al perché si trovasse lì in quella boscaglia dal suolo tufaceo. Aveva già cercato funghi in quella zona e qualche bel galluzzo l’ aveva trovato, ma non era andato mai a sinistra. Mai.
Un nuovo percorso.
Forse un bivio?
Sorrise a quell’ idea e si rallegrò per la piccola novità di quella scelta.
Un po’ d’ avventura finalmente!
Il diametro dei tronchi cominciò a cambiare. Dapprima impercettibilmente, poi in maniera sempre più evidente. I miseri alberelli che aveva lasciato alle spalle cedettero il posto a delle maestose querce. Anche il sottobosco era cambiato. Il tappeto di foglie secche e l’ accozzaglia di rovi nel quale si era dovuto far largo a forza aveva lasciato il posto ad un bel manto di felci. Era più verde, più vivo. Un profumo muschiato permeava le narici risvegliando sensazioni sopite.
Un sorriso aveva cominciato a fiorire sulle sue labbra.
Il mormorio sussurrato d’ un ruscello lo sorprese a fischiettare sommessamente.
Deviò inconsapevolmente verso quell’ argentino scrosciare d’acqua.
La luce del giorno prese a far capolino fra le fronde delle querce che parevano diradarsi.
In paio di svolte e si ritrovò in un radura che digradava verso un laghetto.
Un laghetto!
Un laghetto in quel bosco. Non ne aveva mai sentito parlare.
Beh, effettivamente era quasi una pozza. Poco più grande di un campo da tennis.
Ma la cascatella che vi si gettava con un salto d’ un paio di metri luceva di arcobaleni e creava una sottile nebbiolina che, agitata dal vento, sembrava danzare sulla superficie dell’ acqua.
Gli eroi delle saghe nordiche avrebbero pensato che quei piccoli vortici di nebbia rilucente nascondevano degli elfi danzanti.
Forse era davvero così. Bastava guardare con più attenzione.
Si sedette sul bordo del laghetto e guardò il suo riflesso. Si vide stanco, ma con una luce nuova negli occhi, una luce che da tempo non vedeva in quell’ uomo grigio che la mattina s’ affacciava nel suo specchio.
Si girò come chiamato da una voce silenziosa.
Lei era lì. Capelli scuri ed occhi azzurri.
Occhi nei quali perse e ritrovò se stesso.

La sveglia trillò. La sua mano usci da sotto le coperte e la spense.
Mise un piede fuori dalla coperta, il sinistro. Guardò le ciabatte lontane un paio di mattonelle dal bordo del letto e sorrise. Si girò verso l’ altro lato del letto. Osservò in silenzio un paio di occhi chiusi che sapeva essere azzurri.
Il suo sorriso divenne più ampio.

barocco 2

Passeggia nel parco che è suo ma non le appartiene, ha una maschera che dovrebbe celarle il volto e che la fa piangere, ella entra in quel parco solo all'incerta luce del mattino o a quella esausta della sera.
Insegue la fine di una festa eterna fino al margine di un lago che tocca l'orizzonte con morbida quiete,
aspettando che il sole o a luna creino una scia tremante sul placido specchio.
E' quello il suo sentiero poichè ovunque si sposti la segue invitandola a raggiungerlo.
Sono i rari momenti di d'innocenza che scacciano l'agrodolce umore dell'orgia, ella si china come un animale del bosco e beve dalle mani a coppa, chiude gli occhi nella maschera e le sembra di dissetarsi ad una trasparenza, si gela i denti e torna a sorridere, poi riprende a muoversi fra le siepi nero-verdi, sedotta dai violenti angoli della potatura, persa nei sentieri complessi del labirinto.

C'è un momento, poco prima dell'avvento di luna e sole, in cui la natura trattiene il respiro e tutto è immoto;
è in quel momento che lei rinasce a se stessa, riempiendo quel vuoto col proprio dolore, solo allora può togliere la maschera e contemplare il viso nell'acqua che sta per esplodere.
C'è una piccola folla che si allontana ridendo e l'eco dei passi la chiama, come una musica nuova che trasforma in sogno il respiro dei padri,
è una sinfonia ghiacciata, resa acuta dai riflessi, un trionfo che si posa sul mondo in minuti frattali d'argento.
Anche lei può sentirsi crudelmente sfrondata adesso, come le siepi imperiali, capire infine la disastrosa simmetria dei propri lineamenti che fanno di quel viso brutalmente bello qualcosa di diverso da ciò che sembra essere.

La sua natura apparentemente retta è come una siepe troppo potata, chiusa ad ogni inutile gioco, getta invece ombre dai vizi innominabili. (continua)

Il Lorenzaccio.

lunedì 6 ottobre 2008

La penna laccata in rosso

Era passato in quella strada almeno un migliaio di volte.
Credeva di conoscerne a memoria ogni singola crepa sull’ asfalto.
Eppure..
Una fitta nebbiolina, di quelle che bagnano le ossa sotto i vestiti, avvolgeva ogni cosa.
Forse era per quello che la solita strada gli sembrava (diversa?) strana.
Le luci lontane dei lampioni tendevano ad un giallo tremolante.
Un brivido di freddo gli corse lungo la schiena.
Scostò una ciocca di capelli fradici dalla fronte e sbuffò in silenzio.
Ancora qualche decina di metri e sarebbe stato a casa sua, si sarebbe versato un abbondante bicchiere di pastis e avrebbe bevuto via il freddo in un sol sorso.
Sempre se fosse riuscito a trovarlo il suo portone con quella nebbia…
Un piccolo campanello trillò li vicino.
Quasi fu investito da un uomo infagottato in un paltò nero.
- Ma che caz... –
- Mi scusi, mi scusi-
L’ ombra corse via.
Si girò a guardare da dove era sbucato quel forsennato
Non poteva esserci quel negozio!
Era sicuro, abitava in quel quartiere da sempre.
Doveva essere uno di quei bazar d’ immigrati che spuntavano come funghi dal nulla.
Del resto l’ umidità di quella nebbia era proprio l’ ideale per i funghi.
Ridacchiò tra sé.
Si fermò un istante.
Scrollò brevemente le spalle e avvicinò la faccia alla vetrina.
Si, decisamente doveva essere un negozio di quelli.
Un mucchio indistinto di apparati elettronici, gadget indecifrabili, e paccottiglia varia.
Però.. .quella penna. Carina quella penna... Laccata rossa, con il corpo leggermente bombato, la custodia rigida in metallo. e il pennino che sembrava affilato come un rasoio… Quattro euro? Niente!
Entrò.
La commessa asiatica sfogliava annoiata una rivista piena di ideogrammi.
- Ehm, signorina..-
- Scusi signorina… Ehi ...-
La ragazza alzò due buchi neri dal giornale e lo mandò mentalmente a quel paese.
Lui registrò quell’ invito silenzioso, incassò la testa nelle spalle, prese un bel respiro e chiese:
- Mi può far vedere quella penna in vetrina?-
Controvoglia, la ragazza, appoggiò la rivista in modo da farlo sentire colpevole come un cane in una chiesa e si diresse alla vetrina. Senza neanche guardare infilò la mano nel coacervo di oggetti e ne estrasse la penna. Gliela porse.
Alla luce dei neon la laccatura della stilografica sembrava rosso sangue, con dei riflessi opalescenti quasi liquidi.
- La prendo.-
La commessa, che era tornata alla sua lettura, alzò gli occhi al cielo, volteggiò brevemente le dita dagli artigli smaltati sulla tastiera del registratore di cassa e ghermì la banconota da cinque dalla mano timida che lui le aveva porto.
- Mhhh, mi sa dire come si ricarica?-
- Si ricarica da sola, tenga-
Lasciò il resto sul piattino e si rigirò verso il suo giornale. Aveva già abusato troppo del suo tempo.


La casa era fredda, disordinata e non propriamente pulita.
I libri erano affastellati su tutte le superfici libere e anche su quelle che non avrebbero dovuto essere tali. Sulla scrivania invece si alternavano fogli bianchi e altri pieni di cancellature.
Aprì il mobiletto bar e stappò una nuova bottiglia di pastis, l ‘altra già giaceva esamine nel lavandino.
Si sedette alla scrivania, prese un foglio bianco. Tirò fuori la nuova penna, la estrasse dalla custodia.
- Cazzo!-
Una minuscola goccia di sangue cominciò a sgorgare dal suo dito indice
Osservò attentamente la penna ma non riuscì ad individuare la scheggia della laccatura che avrebbe dovuto essere la causa di quel taglietto.
Scrollò le spalle.
Cominciò a scrivere.
Nero, l ‘inchiostro era nero.
…Pezzi, persi e dispersi di pensieri diversi…
- Non male, non male davvero, forse stasera scrivo qualcosa di buono..-
…Sogni sognati e sognanti di assurde visioni…
- E allora! dove diavolo sta questa dannata scheggia!-
Una nuova goccia di sangue brillava sul suo dito. Sulla superficie della penna non c’ era nessuna sporgenza o irregolarità che potesse essere la causa di quella specie di puntura.
Posò la penna rossa e ricominciò a scrivere con la sua vecchia Aurora. Scrisse per dieci minuti di seguito.
Poi
- Vaffanculo!-
Il foglio venne accartocciato e gettato con violenza nel cestino.
Prese un nuovo bicchiere di pastis e girò la testa verso la penna rossa.
La prese di nuovo in mano. Una nuova goccia di sangue stillò dal suo dito. La posò sul piano della scrivania. Allungò la mano verso il cestino e ne trasse il foglio che aveva appena gettato.
Lo stirò ben bene con il palmo della mano e cominciò a studiarlo.
Le prime due strofe scritte in nero erano le più belle che aveva mai composto, poi da quando aveva ricominciato ad usare l ‘ Aurora in blu era ricominciata la solita danza di banalità e luoghi comuni.
Anche la calligrafia delle prime due righe era più aggraziata e poi quel colore era… (strano?) magnifico, seducente. Non era il solito nero asciutto e impersonale, era profondo come una notte insonne, scuro come un mistero, con dei riflessi vermigli quasi di … sangue!
Riprese la penna rossa, guardò con un sorriso folle la goccia di sangue che subito era fiorita sul suo polpastrello e riprese a scrivere.


Lo trovarono dopo una settimana.
Un vicino che aveva sentito uno strano odore aveva chiamato i vigili del fuoco.
Era lì, seduto alla sua scrivania con una montagna di fogli davanti.
Gli uomini della polizia che svolsero le indagini, non avevano mai letto niente di più bello di quello che era scritto su quei fogli.
Il medico legale stabilì che si era lasciato morire di inedia. Anche se aveva scoperto tracce di una strana anemia che non risultava dalle cartelle cliniche che era riuscito a rintracciare.

nuovo barocco 1

E' una regina viziosa, con qualcosa di assente negli occhi, vive nella reggia sotto un cielo metallico.
L'orizzonte è il chiuso bacino delle sue lontananze, gioielli le pendono dal corpo come frattaglie e la crudele decisione dei suoi lineamenti insegue ciò che rimane del sole nei giardini dalle ombre spezzate.

E' magra, trasognata e febbrile.
Era buona ma ha voluto divenire grande così è impazzita.
Trucca il viso con la morte per asfissia, presiede alle orge drappeggiata di rosso, le sue labbra sono nere come la pece, il suo sesso è un livido diamante,
ella discende sul mondo come l'alba su un rapace affamato.

E' cinica scaltra ed egoista.
I suoi nervi usurati dalla lussuria giocano stridule note corrotte,
bianca principessa dalle roride acque eletta regina nella perdizione,
bianco su bianco il suo viso come calce sulle ossa sepolte.

E' una regina bizzarra, avvelenata da una luce pesante,
il suo cuore è un valzer lamentoso,
ella è un fiore di panno vedovile, i suoi seni sono battole, il ventre un mare in bonaccia, i suoi denti marciti dagli zuccheri allineano folli sorrisi.

Persa nella notte come una bestemmia segue il filo tirato dalla morte, ama il fuoco, la danza incontrollata, i cortei militari su cui i colori si affastellano come scaglie trafitte,
è la regnante che si è voluto viziare, l'esotico sogno di bellezza che la povertà culla fra le piaghe sorridenti, è l'innesto d'argento nella trama bruna, l'incipriata carne dai soffitti imbottiti.
Fra i suoi capelli brulicano ori ed unghie smaltate,
la regione della sua gioia confina con l'incubo,
le sue visioni erompono dall'ombra in mute processioni.

E' sterile adorna e disturbata,
le sue dita come vermi che sognano seguono l'orlo dell'incesto,
immemori e cieche come sudditi pronti a compiacerla.

Seduta al balcone della reggia,
misti al tramonto i colori della guerra le trasfigurano il viso.

E' una regina viziosa esile e consunta dalla tisi,
nel castone degli occhi l'infiammato parto che non avrà mai luogo...(continua)

"Il Lorenzaccio"

giovedì 2 ottobre 2008

La caduta.

Sono cresciuto sdraiato su questo pavimento, la guancia a terra.
Da sempre guardo il mondo che è la mia stanza come un bambino nell'esperienza della prima caduta. Ed è una caduta l'intera mia esistenza, immobile come un grido congelato, il freddo sul viso, il mondo storto, storto io ai suoi occhi.
A volte depongo un accendino sui fogli che scrivo, obliquo amanuense.
Mi piacciono molto gli accendini, ne colleziono a dozzine, soprattutto se sottili, altrimenti non passerebbero la fessura sotto la porta.
Non accendo mai la luce primaria perchè questo significherebbe aderire prospetticamente al mondo, le luci periferiche danno un che di sognante alla mia condizione.
A volte sento i miei occhi cadere come pianeti nel rumore di una goccia d'acqua e li osservo guardarmi.
Mangio solo cibo sottile e bevo da una cannuccia.
Libri troppo voluminosi vengono strappati in feuilletton che leggo a puntate come avveniva nell'Ottocento.
Un giorno ho avuto una donna che non poteva passare al di sotto della porta. Si è sdraiata anche lei a terra, dall'altra parte, mi parlava cercando d'infilare i suoni nello stretto pertugio, ho creduto d'amarla, ho persino tentato di raggiungere le sue dita forzando le nocche ma il viso stava staccandosi da terra e i miei occhi mi fissavano atterriti.
Poi se n'è andata.
Non si può vivere caduti a terra se non dalla nascita.
Nessuna imitazione, è questione d'immobilità.
Le stagioni sfilano oltre il limite della porta ma qui è un'unica stagione che ha l'ombra come clima.
Chi mi ha generato mi raggiunge se è sottile e nel tempo ha rinunciato considerando la mia una scelta, ma non è così, nascere in caduta è un segno contratto involontariamente.
Spesso sento il mio cuore come un guanto rovesciato, penso il sole viola come l'interno di una bara, vorrei quantomeno alzarmi, poggiare la schiena contro la porta.
Non dico aprire ma percepire vibrazioni, suoni troppo spessi per la fessura,
amare, per una volta, ciò che è grosso.
Io non posso farlo.
Tutto ciò che in me non è sottile resta nella stanza e finisce col decomporsi, se smettessi di essere ciò che sono realizzerei di non poter passare al di sotto della porta e mi decomporrei.
Ho letto di porte sbarrate e di persone murate vive dietro di esse.
Io non sono così.
E' il mondo ad essere troppo grosso per raggiungermi ed io non posso aprire la porta perchè sarebbe perfettamente inutile, è il mio dio, la religione che mi sostiene da trent'anni, sapere di poter passare e scegliere la caduta...
...qualcuno potrebbe aprire la porta ma ha bisogno di sapermi a terra,
sottile,
nutrito di cose sottili.

(Il Lorenzaccio)

mercoledì 1 ottobre 2008

Il pescatore


Lì dove la spiaggia muore contro il muraglione del molo c’ è abbastanza spazio per giocare.
I bambini vi disputano infinite partite di pallone, in un continuo turbinio di piedi scalzi, grida e nuvole di sabbia.
Tutti i pescatori occasionali che gettano lì le loro lenze li bersagliano di improperi e ammonimenti .
Tutti.
Tranne quel vecchio.
E i bambini lo provocano apposta.
I più bravi cercano di colpirlo in maniera da sembrare un incidente.
Gli altri semplicemente urlano più forte.
Per far scappare i pesci.
I bambini sanno essere crudeli
il vecchio risponde con la più totale indifferenza.
Se non fosse per l’ occasionale sciabordio di qualche incauto pesce rimasto sull’ amo, si potrebbe credere sia una statua.

Venne il tramonto e come ogni sera iniziò lo stillicidio delle evasioni dal campo.
Uno ad uno i giocatori dovettero abbandonare la partita per raggiungere le loro case.
Solo Andrea sembrava non aver coprifuochi.
Suo padre era uscito un giorno in mare e sua madre aveva pianto quando i suoi compagni le avevano raccontato di una tempesta con onde che non si ricordavano a memoria d’ uomo.
Poi si era consolata tra le braccia del capitano.
Per un po’ parve funzionare, poi un giorno anche il capitano uscì e, sebbene non ci furono tempeste, anche lui non tornò.
La madre ricominciò a piangere, ma questa volta senza braccia consolatrici.
Ora era così spesso ubriaca che non si accorgeva neanche se la sera a cena la sedia di Andrea era vuota

Il vecchio recuperò la lenza e gettò in mare ciò che restava dell’ esca.
Lentamente si alzò in piedi, smontò gli elementi della canna e tirò la funicella che legava la nassa con i pesci che aveva catturato.
Si gettò un mantellaccio logoro sulle spalle, calzò un cappello fin quasi sugli occhi e si allontanò dal molo.

Andrea prese il pallone sotto braccio e lo seguì.

La baracca puzzava di fumo e dalle fessure tra le assi uscica luce e odore di pesce.
Lo stomaco del ragazzo cominciò a protestare per la lunga inattività

- Entra-

Fece un sobbalzo, credeva di essere riuscito a non farsi vedere.
Mise la mano sulla maniglia e apri la porta.
Dentro c’ era ancora più puzza di fumo e la commistione di questa con l’ odore del cucinato aggrediva alla gola ed agli occhi.

- Prendi un piatto là dietro e siedi-

Obbedendo afferrò un piatto da una credenza polverosa, lo pulì con l’ orlo della maglietta e si sedette al tavolo.
Il vecchio mise un grossa fetta di pane bruscato sul piatto e poi vi versò un’ abbondante razione di zuppa rossa e fumante.
Andrea afferrò un cucchiaio e cominciò a mangiarne avidamente.

- Ti piace?-

Il bimbo annuì entusiasta.

- Prendine ancora-

Non se lo fece dire due volte.
Ghermì il mestolo e si mise un’ altra enorme razione di zuppa nella scodella, mise il cucchiaio in bocca e sentì un oggetto rotondo e gelatinoso che premeva sul palato.
Sputò.
Un occhio!
Si voltò a guardare il vecchio che lo fissava con un sorriso.

- Danno un tocco speciale alla mia zuppa-

Andrea non tornò più da sua madre, ma lei ormai non aveva più lacrime.

giovedì 25 settembre 2008

ULTIMO SPETTACOLO

“Che suono ha l’ applauso di una mano sola?”
“A me basterebbe sapere che suono ha l’ applauso di due mani”
Gli occhi si alzarono ad incrociare quelli nello specchio.
“Non lo ricordo più.”
Con la destra prese un dischetto d’ ovatta dal dispenser e cominciò a togliere lo spesso strato di cerone.
“Un clown che non fa ridere… più inutile dell’ esercito italiano o dei coglioni del papa.”
Prese un’ altro dischetto.
Delle rughe impietose affiorarono sul volto stanco.
Una lacrima cominciò a scorrere lungo la guancia destra,.nell’immagine riflessa prese di luce ed esplose come una piccola scintilla.
Si fermò a guardarla per un istante poi riprese a togliersi il trucco.
Armeggiò con il papillon scarlatto per un po’, aprì il colletto del costume e prese un nuovo dischetto.
Altra lacrima, altra scintilla.
Afferrò la boccetta della lozione , ne versò una generosa dose sul palmo della mano e cominciò a schiaffeggiarsi il volto con vigore.
Acciuffò un klinex, frizionò energicamente.
Si fermò un’ istante a guardare l’ uomo nello specchio.
“E tu chi sei?”
Nuova scintilla.
Con calma aprì il cassetto alla sua sinistra, prese la pistola, se la puntò su una tempia.
Tirò il grilletto.
Bang.
Un fazzoletto rosso uscì dalla canna del revolver.

giovedì 18 settembre 2008

Ch' io possa

Ch’io possa

in un giorno lontano
aprire gli occhi,
sull’ oscuro disegno
e comprendere infine
l’ intelletto arcano.
che mise l’ingegno
nel dare agli sciocchi
lo stesso diritto
ma meno pensiero.
Parto d’ un folle
Demenza d’ saggio
A me della gloria
Appena un assaggio.
Al cranio si sfitto
(Orrido buco nero)
che delle zolle
dovrebbe curarsi
soldi a palate
e strette di mano
Noi miseri poeti,
estrema catarsi ,
se ben ci guardate
lo prendiamo nell ….

mercoledì 17 settembre 2008

Il Senso

Ricordo occhi bassi e spalle al muro,
giacevo ferito, esausto ed illuso
che avrei risposto lama contro falce.
Nessun duello e nessun onore,
nessuna scintilla e nessun clangore.
Stringi, serra, spingi, piangi.
Il fiato è ormai corto ed interrotto,
il passo stanco e il braccio morto,
ma luce l’ armatura dell’ io guerriero,
e s’ agita nel petto ancor la voglia
d’ iniziar un’altra inutile battaglia..
D’ un balzo vorrei superar l’ orrido vuoto,
che da quel che sarei potuto e quel che sono,
divide il mio sudato divenir costante

martedì 16 settembre 2008

Dei padroni

Se poi per sommo errore,
volessi tu con me parlare
di quell‘oscur difetto
c’ hanno in fondo al cuore,
e poscia nell’ aspetto,
quelli che debbono pagare,
io ti direi senza indugio,
solo un poco disilluso,
che l’ è tutta colpa
del marron pertugio,
ove ciò che resta
della ingollata polpa
esce con gran festa
e suono di fanfare.
Quello si l’ è ben largo!
l’ ha due corsie,
se esce un cargo
uno entra bene accetto
che quell’ anime pie,
col cuore grande come il petto,
son lesti nel restituire
come nell’ accettare.
Ma sono altri i luoghi
ove sono più che stretti
e ancora più corrotti.
Quando han da slegare
i cordoni della borsa,
si rinnovano nei fiotti
che prima eran di piacere
e ora divengon di dolore.
L’ infarto a lor viene
dietro, sulle chiappe,
che nel mover loro alieno
d’ estrarre il portafoglio,
cominciano le lor pene
le dita contorte e storpie
tremano insicure e neglette,
e cercano di rinviare
tra mille e mille piroette,
il momento del distacco.
Son rosso nello spirito,
ma nero per il lutto
che morta è la giustizia
e l’ onore, con mestizia,
è svanito con un rutto.

E l'uomo rimane

Pezzi persi e dispersi di pensieri diversi,
anomale, casuali combinazioni di molecole.
Etici, folli, maniaci, bugiardi incalliti.
Anime sole.

Stridii di corde di viole.
Fiati suonati stonati.

Petti gonfi d’ aria e immeritata superbia,
Sogni, sognati e sognanti di assurde visioni,
dissonanti assoli corali di lamenti dolenti,
Anime sole.

Stridii di corde di viole.
Fiati suonati stonati.

E

Sagge parole sconnesse d’ un lucido pazzo
Stretti abbracci nascosti, lunghi umidi baci .
Immensa dolcezza d’ un riso d’ un figlio
Cuori in simbiosi

Rugiada su petali al sole,
tela di ragno in coni di luce.

Bicchieri ebbri di rosso vino insieme divisi.
Complici sguardi, segreti nostri sorrisi.
Battaglie al tuo fianco, i ranghi serrati
Cuori in simbiosi

Rugiada su petali al sole,
tela di ragno in coni di luce.

E l’ uomo rimane schiavo d’ un sogno,
Signore e padrone d’ un magnifico nulla