Sono cresciuto sdraiato su questo pavimento, la guancia a terra.
Da sempre guardo il mondo che è la mia stanza come un bambino nell'esperienza della prima caduta. Ed è una caduta l'intera mia esistenza, immobile come un grido congelato, il freddo sul viso, il mondo storto, storto io ai suoi occhi.
A volte depongo un accendino sui fogli che scrivo, obliquo amanuense.
Mi piacciono molto gli accendini, ne colleziono a dozzine, soprattutto se sottili, altrimenti non passerebbero la fessura sotto la porta.
Non accendo mai la luce primaria perchè questo significherebbe aderire prospetticamente al mondo, le luci periferiche danno un che di sognante alla mia condizione.
A volte sento i miei occhi cadere come pianeti nel rumore di una goccia d'acqua e li osservo guardarmi.
Mangio solo cibo sottile e bevo da una cannuccia.
Libri troppo voluminosi vengono strappati in feuilletton che leggo a puntate come avveniva nell'Ottocento.
Un giorno ho avuto una donna che non poteva passare al di sotto della porta. Si è sdraiata anche lei a terra, dall'altra parte, mi parlava cercando d'infilare i suoni nello stretto pertugio, ho creduto d'amarla, ho persino tentato di raggiungere le sue dita forzando le nocche ma il viso stava staccandosi da terra e i miei occhi mi fissavano atterriti.
Poi se n'è andata.
Non si può vivere caduti a terra se non dalla nascita.
Nessuna imitazione, è questione d'immobilità.
Le stagioni sfilano oltre il limite della porta ma qui è un'unica stagione che ha l'ombra come clima.
Chi mi ha generato mi raggiunge se è sottile e nel tempo ha rinunciato considerando la mia una scelta, ma non è così, nascere in caduta è un segno contratto involontariamente.
Spesso sento il mio cuore come un guanto rovesciato, penso il sole viola come l'interno di una bara, vorrei quantomeno alzarmi, poggiare la schiena contro la porta.
Non dico aprire ma percepire vibrazioni, suoni troppo spessi per la fessura,
amare, per una volta, ciò che è grosso.
Io non posso farlo.
Tutto ciò che in me non è sottile resta nella stanza e finisce col decomporsi, se smettessi di essere ciò che sono realizzerei di non poter passare al di sotto della porta e mi decomporrei.
Ho letto di porte sbarrate e di persone murate vive dietro di esse.
Io non sono così.
E' il mondo ad essere troppo grosso per raggiungermi ed io non posso aprire la porta perchè sarebbe perfettamente inutile, è il mio dio, la religione che mi sostiene da trent'anni, sapere di poter passare e scegliere la caduta...
...qualcuno potrebbe aprire la porta ma ha bisogno di sapermi a terra,
sottile,
nutrito di cose sottili.
(Il Lorenzaccio)
SALVE A VOI MESSERI
Liberi pensatori costretti, Poeti orfani di rime, Sognatori dagli occhi aperti, Disillusi pieni di speranza, Romanzieri senza trame e Pittori dalle vuote tele.
S' accende oggi il fuoco fatuo intorno al quale raccogliersi e danzare.
Questo è il gran falò ove chiunque può narrare. in prosa, rima e smodata follia, i salti del suo cuore, i sogni che fa da sveglio, le veglie che tien di notte.
Arcadia del talento mancato od inespresso.
Società di mutuo sarcasmo e libera poesia.
S' accende oggi il fuoco fatuo intorno al quale raccogliersi e danzare.
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giovedì 2 ottobre 2008
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1 commento:
ma quali fuglietton...un cazzo di segnalibro non ci passa sotto la porta?bastava che me lo dicevi e te lo avrei portato insieme alle piadine(l'unico alimento assieme alla pizza che passa sotto la porta)...il tuo essere romagnolo e napoletano al contempo in materia alimentazione potresti chiamarti napolegnolo o romagnoletano se prediligi solo che non sono nomi sottili...e ricorda "...fai ciò che preferisci della tua vita ma la tua morte è la mia"
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