SALVE A VOI MESSERI

Liberi pensatori costretti, Poeti orfani di rime, Sognatori dagli occhi aperti, Disillusi pieni di speranza, Romanzieri senza trame e Pittori dalle vuote tele.
S' accende oggi il fuoco fatuo intorno al quale raccogliersi e danzare.
Questo è il gran falò ove chiunque può narrare. in prosa, rima e smodata follia, i salti del suo cuore, i sogni che fa da sveglio, le veglie che tien di notte.
Arcadia del talento mancato od inespresso.
Società di mutuo sarcasmo e libera poesia.

venerdì 10 ottobre 2008

Una ragione per vivere

Come tutte le mattine sgranò gli occhi tre minuti prima dell’ ora su cui aveva puntato la sveglia.
Tre minuti.
Troppo pochi per riuscire a fare un’ ultimo sogno, troppi per alzarsi soddisfatto.
Imprecò mentalmente e mise fuori un piede, il sinistro. Sollevò la coperta e tirò fuori anche l’ altro.
Le ciabatte erano un paio di fredde mattonelle più in là. Fece un profondo respiro, spense la sveglia e raggiunse le sue pantofole.


Aveva l’ abitudine di andare in ufficio un’ ora prima. Non si segnava straordinario. Avrebbe voluto usare quell’ ora per leggere il giornale in santa pace, ma già da tempo aveva dato il destro a chi lo straordinario lo prendeva e ne approfitta per andare a fare colazione al bar. La vita non è giusta.
Il capoufficio entrò come al solito spalancando la porta.
Sbam!
Ogni giorno era un colpo al cuore. Un battito perso, un attentato al suo muscolo cardiaco. Ci vuole tanto per non sbatterla. Stronzo.
Si guardò intorno e si accorse delle nuove pratiche, che la sera prima, quando era uscito, non c’ erano. Ovviamente erano state messe lì a bella posta di modo che il Grande Capo nel suo giro serale le notasse.
Emise un sospiro e si mise al lavoro.
Uscì dieci ore dopo, con la solita acidità di stomaco e un mal di testa che la metà sarebbe bastata.
A volte se i cavalli non corrono è colpa del fantino… Cominciava a dubitarne.
Tutti i giorni lo stesso beffardo rituale.
Settimana, dopo settimana le stesse lavate di capo immeritate. Le stesse umilianti ore alla fotocopiatrice.
Tranne il sabato.
Il sabato era suo. Totalmente.
Andava per i boschi, a volte a funghi, altre ad asparagi. Altre ancora semplicemente ad ascoltare il silenzio.


Non ricordava di aver mai girato a sinistra dopo quel masso.
Si, quella enorme sfera di granito era un riferimento che prendeva spesso.
Era impossibile non notarla, non vi era spiegazione logica al perché si trovasse lì in quella boscaglia dal suolo tufaceo. Aveva già cercato funghi in quella zona e qualche bel galluzzo l’ aveva trovato, ma non era andato mai a sinistra. Mai.
Un nuovo percorso.
Forse un bivio?
Sorrise a quell’ idea e si rallegrò per la piccola novità di quella scelta.
Un po’ d’ avventura finalmente!
Il diametro dei tronchi cominciò a cambiare. Dapprima impercettibilmente, poi in maniera sempre più evidente. I miseri alberelli che aveva lasciato alle spalle cedettero il posto a delle maestose querce. Anche il sottobosco era cambiato. Il tappeto di foglie secche e l’ accozzaglia di rovi nel quale si era dovuto far largo a forza aveva lasciato il posto ad un bel manto di felci. Era più verde, più vivo. Un profumo muschiato permeava le narici risvegliando sensazioni sopite.
Un sorriso aveva cominciato a fiorire sulle sue labbra.
Il mormorio sussurrato d’ un ruscello lo sorprese a fischiettare sommessamente.
Deviò inconsapevolmente verso quell’ argentino scrosciare d’acqua.
La luce del giorno prese a far capolino fra le fronde delle querce che parevano diradarsi.
In paio di svolte e si ritrovò in un radura che digradava verso un laghetto.
Un laghetto!
Un laghetto in quel bosco. Non ne aveva mai sentito parlare.
Beh, effettivamente era quasi una pozza. Poco più grande di un campo da tennis.
Ma la cascatella che vi si gettava con un salto d’ un paio di metri luceva di arcobaleni e creava una sottile nebbiolina che, agitata dal vento, sembrava danzare sulla superficie dell’ acqua.
Gli eroi delle saghe nordiche avrebbero pensato che quei piccoli vortici di nebbia rilucente nascondevano degli elfi danzanti.
Forse era davvero così. Bastava guardare con più attenzione.
Si sedette sul bordo del laghetto e guardò il suo riflesso. Si vide stanco, ma con una luce nuova negli occhi, una luce che da tempo non vedeva in quell’ uomo grigio che la mattina s’ affacciava nel suo specchio.
Si girò come chiamato da una voce silenziosa.
Lei era lì. Capelli scuri ed occhi azzurri.
Occhi nei quali perse e ritrovò se stesso.

La sveglia trillò. La sua mano usci da sotto le coperte e la spense.
Mise un piede fuori dalla coperta, il sinistro. Guardò le ciabatte lontane un paio di mattonelle dal bordo del letto e sorrise. Si girò verso l’ altro lato del letto. Osservò in silenzio un paio di occhi chiusi che sapeva essere azzurri.
Il suo sorriso divenne più ampio.

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