Sono il custode dei morti.
Non ho memoria dei miei predecessori quindi non ho che istinto e buona volontà per soddisfarli. Mi dànno tutto il giorno dietro le incombenze che essi mi sussurrano o che giungono in echi ghiacciati dagli abissi ove si cacciano per non farsi scovare dai miei occhi.
Vengo comandato da queste voci millenarie la cui morte non riesco a datare e che suonano come appelli fra il disperato e il crudele. E' un lavoro il mio, non sarà mai un mestiere, tantomeno un'arte.
Ogni giorno dimentico gli affari svolti il giorno precedente, ogni giorno nuovi comandi mi raggelano il sangue risorgendo dalle profondità come acque stanate da frane o sommovimenti geologici.
Salgono le voci dei morti ma, uditivamente, è come se scendessero; e nell'illusione che l'eco produce sui miei sensi inebetiti, esse chiedono tirando l'orlo della mia anima con dolcezza.
I morti sono i miei padroni ma essi dipendono da me.
Nessuno obbedisce ai loro richiami.
Nei secoli, è vero, qualcuno è stato in grado di ascoltarli e forse perfino di comprenderli ma al momento di divenire il loro servo la ragione ha dissolto quelle voci lamentose ed egli si è allontanato, le mani nei capelli, come chi si accorga nel domiveglia di cullare non un volto di donna ma uno schifoso animale.
Sono il custode dei morti, un'opera orribile certamente, ma più di quanto avessi mai sperato di diventare. Non ho esperienza dei viventi e i moti dell'esistenza da sempre mi sgomentano.
Seduto nel mezzo della giornata, i nervi torturati dai comandi, l'andare della gente comune mi sembra incomprensibile. Dal cielo un sole freddo scompone i loro movimenti in gesti ripetuti, li osservo brulicare nell'infetta città senza musica nè solennità. Al loro cospetto gli ordini delle voci millenarie sembrano una danza colorata.
Al buio dei sepolcri occhi meravigliosi m'infondono la forza necessaria a superare le incombenze del giorno. E nell'assenza di luce la scansione delle forme è ricca visione.
Ne godo come un cretino che guardi il sole sorgere per la prima volta.
Non mi parlano i morti.
I loro echi mi raggiungono e mentre corro come un fattorino per eseguire tali incombenze, tutte le vite cessate mi entrano sottopelle e mi giudicano bonariamente per la mia nullità. Posso sentire l'affetto che essi mi dedicano scuotendo il capo per le mie negligenze, un bene malato come quello che si sviluppa fra un moribondo e il figlio da cui dipende.
La mano dei morti mi spinge con rabbia alla vita ma subito mi afferra per i capelli timorosa di perdermi per sempre.
I morti mi umiliano ma lo scherno in cui vivo è l'unica dimensione in cui il mio spirito deforme possa sopravvivere. Guardo l'amore a capo chino, l'ombra dei cipressi negli occhi, il corpo solidamente premuto contro l'ingresso della cappella.
Le mie mani giocano al sole e ciò che resta dei loro movimenti lascia sulla luce tracce esangui come su una pelle premuta da una stretta convulsa.
Non so fare niente.
Questa è l'unica qualifica che i morti richiedono.
Ogni giorno il mio essere si prostra ai loro comandi come annullato.
Ogni giorno ogni nuova voce mi uccide per trasferire in me la purezza necessaria.
Devo accettare fino in fondo la follia del mio lavoro. La ragione serve per capire ciò che mi viene richiesto, ma la ragione deve restare per fissare i luttuosi occhi fino alla lucidità di un mistero che aleggia in musica e che non viene colto se non nel crepuscolo dei sogni.
Sono il guardiano dei morti, la mia giovinezza è lo zero universale in cui mi seppellisco per risorgere ogni nuovo giorno ai loro comandi.
Come questi alberi levigati, come i sentieri fra le tombe, come queste ombre tagliate che contengono segreti inconfessabili che non so dire ma che ora vivono in me, eterni feti che mai verranno alla luce e che sono condannato a intuire.
Io non ho un linguaggio adatto ad esprimere simili prodigi. La mia lingua mi è insufficiente, ciò che è stato detto o scritto finora non è niente rispetto a ciò che i morti mi dicono.
I miei sensi si intrecciano come serpenti e le parole si rincorrono superbe, sicure di afferrare, sicure di prendere, per poi ritrarsi come bestie imbecilli di fronte all'unicità di quel che finisce per abitare il mio corpo.
La certezza di possedere il mistero dei morti è l'umiltà di servirli agli occhi del mondo.
Ho sacrificato il tempo ai morti. Non ho più finalità. Ogni cosa che inizio è pura azione, dettato mistico, danza epilettica al suono di voci implacabili.
Il mio corpo è il materiale plastico della morte.
Una nuova alba sorge su di e alitando brina sul viso scavato.
La veglia ha reso la mia volontà scaltra e ipersensibile.
Lustro l'uniforme dai bottoni dorati che rilucono come strumenti d'ottone in una marcia funebre. Un nuovo sorriso ferisce il pallore dei sudari, appese alle statue unte ragnatele ondeggiano prefigurando l'allucinazione.
Niente ha più senso nè legami al di fuori di questo.
C'è solo la morte e la sua varietà sa stordirmi.
Neri uccelli muovono mansueti al mio cospetto.
Cado rovinosamente, svezzato e lucido.
Le spighe graffiano il cielo mentre sui monti una linea densa di giallo invade il viola, maturando.
Risa, strida e pianti.
Ora tutto è nuovo, come ogni giorno la natura si riplasma ed ogni sua funzione è schiava della morte. Servo dei morti anch'io, elemento ubbidiente, con la sciocca voglia di tradurre in segni il paesaggio urlante. La memoria sepolta mi raggiunge in erbe lascive che nascono veloci dallo scabro terreno.
Un fiume dai riflessi distruttivi s'intravede fra le sagome degli alberi.
Sono il guardiano dei morti, un ragazzo. Solo un ragazzo potrebbe correre per servire l'impossibile. Solo un ragazzo potrebbe vedere la natura morta, infeconda messe stillante.
Sono vergine impotente e pazzo.
La combinazione dei colori ritrae un soggetto che non può essere visto nell'insieme.
Ho un fiore d'indolenza che pende dalla bocca, un berretto che perdo e ritrovo ad ogni alba, una chimica voglia che dona agli occhi una luce vermiglia.
Solo servendo i morti la mia opera può oscillare fra la demenza e la divinità. Bisogna essere esili, una spiga può graffiare il cielo solo se sa piegarsi all'alito del tramonto. Un simbolo può far male solo se è chiuso. Un simbolo non ha linguaggio, appare identico a tutti nelle sue diverse figurazioni.
Guardatemi.
Tutti sanno che sono il ragazzo dei morti perchè li ho ascoltati oltre il margine dei colori e dei significati, l'eco e l'ombra hanno raggiunto il mio corpo.
Ora le parole muoiono, l'ombra invade la luce ed io divento l'eterno servo di ciò che non può essere detto.
Nei sogni, lente deformante.
Nei riflessi, credenza e ricordo.
Nei suoni, inquietudine e grandezza.
(Il Lorenzaccio).
SALVE A VOI MESSERI
Liberi pensatori costretti, Poeti orfani di rime, Sognatori dagli occhi aperti, Disillusi pieni di speranza, Romanzieri senza trame e Pittori dalle vuote tele.
S' accende oggi il fuoco fatuo intorno al quale raccogliersi e danzare.
Questo è il gran falò ove chiunque può narrare. in prosa, rima e smodata follia, i salti del suo cuore, i sogni che fa da sveglio, le veglie che tien di notte.
Arcadia del talento mancato od inespresso.
Società di mutuo sarcasmo e libera poesia.
S' accende oggi il fuoco fatuo intorno al quale raccogliersi e danzare.
Questo è il gran falò ove chiunque può narrare. in prosa, rima e smodata follia, i salti del suo cuore, i sogni che fa da sveglio, le veglie che tien di notte.
Arcadia del talento mancato od inespresso.
Società di mutuo sarcasmo e libera poesia.
domenica 26 ottobre 2008
mercoledì 22 ottobre 2008
martedì 14 ottobre 2008
Barocco 3
Si muove per quadri eccessivi, non ha che genesi mozze, niente in lei finisce ma si esaspera in cataste di simboli,
calza la luna, i bambini la seguono ma ne hanno paura.
Piace per quello che odia di sè, sul suo vestito enorme il mondo banchetta rallentando.
Si dispiega il dolce alito della decadenza e la cipria dei suoi lombi copre di rosa le vette assolate,
gli occhi reduci si stringono chimicamente mentre tocca con le unghie l'orizzonte, i capelli montati a notte oscurano l'inutile azzurro, quando sta per venire compie un crimine che lacera l'aria, la musica che la segue viene raggiunta da un'unica nota terribile,
è il viola collasso, la gioia sopraffatta dall'ombra,
il suo corpo bulimico si perde nella crinolina, essa si nutre di cose che non devono esistere,
tutto ciò che mangia ha una scelta di colori complessi,
non ha mai fame, è sempre insaziabile,
la sua vestizione è un rito antico come le stagioni,
ogni cosa che indossa ha legami con le altre ma rappresenta uno stato d'animo perfettamente indipendente;
la sua inutile bellezza è un sole deposto su un letto mestruale,
è un fiore costruito la cui crescita si rinnova sulle parti dipinte, la sua cura è più preziosa di qualsiasi messe, l'inusuale grazia dei suoi passi ridisegna la moda del continente,
è nuova anche se non cambia, moderna per rifiuto,
ogni giorno il suo viso accoglie la luce in modo diverso,
ogni pittore la ritrae in pose differenti ma resta un'unica immagine che non viene mai colta,
la sua sterilità è figlia del suo essere,
il suo sangue è la corrotta semenza d'una dinastia chiusa,
la sua unicità il ribelle atto di vile ultimogenita,
mari rossi le risciacquano le viscere,
colli bruciati spuntano alla pelle in un disfatto aroma di cordite,
l'odore del suo sesso è misto a quello della guerra, colossali tramonti la cingono in un'eterna icona bizantina,
il suo linguaggio è un grezzo oro senza nome,
ella non parla, le parole che emana il suo stile la rincorrono come sciami d'esotici uccelli;
ogni nuova forma la possiede fino allo sfinimento ed ella la possiede tentando di definire l'indefinibile,
quel qualcosa che la abita e che esiste in luce tra le pieghe del suo spirito malato,
non c'è che questo, il rendere finito l'infinito abisso che elettrizza il dolore trasformando in vitalità l'arresa.
Mille maschere, albe raggiunte, notti desolate, viaggi su cui le palpebre si chiudono come sepolcri, eppure ferma nell'attesa di dire ciò che non può essere detto,
mano musicale che tenta di racchiudere l'universo come un uccello ferito...
...ingenua perdizione, passionale innocenza,
si muove fra i giovani come una vecchia,
fra i vecchi è sempre la più giovane.
(Il Lorenzaccio)
calza la luna, i bambini la seguono ma ne hanno paura.
Piace per quello che odia di sè, sul suo vestito enorme il mondo banchetta rallentando.
Si dispiega il dolce alito della decadenza e la cipria dei suoi lombi copre di rosa le vette assolate,
gli occhi reduci si stringono chimicamente mentre tocca con le unghie l'orizzonte, i capelli montati a notte oscurano l'inutile azzurro, quando sta per venire compie un crimine che lacera l'aria, la musica che la segue viene raggiunta da un'unica nota terribile,
è il viola collasso, la gioia sopraffatta dall'ombra,
il suo corpo bulimico si perde nella crinolina, essa si nutre di cose che non devono esistere,
tutto ciò che mangia ha una scelta di colori complessi,
non ha mai fame, è sempre insaziabile,
la sua vestizione è un rito antico come le stagioni,
ogni cosa che indossa ha legami con le altre ma rappresenta uno stato d'animo perfettamente indipendente;
la sua inutile bellezza è un sole deposto su un letto mestruale,
è un fiore costruito la cui crescita si rinnova sulle parti dipinte, la sua cura è più preziosa di qualsiasi messe, l'inusuale grazia dei suoi passi ridisegna la moda del continente,
è nuova anche se non cambia, moderna per rifiuto,
ogni giorno il suo viso accoglie la luce in modo diverso,
ogni pittore la ritrae in pose differenti ma resta un'unica immagine che non viene mai colta,
la sua sterilità è figlia del suo essere,
il suo sangue è la corrotta semenza d'una dinastia chiusa,
la sua unicità il ribelle atto di vile ultimogenita,
mari rossi le risciacquano le viscere,
colli bruciati spuntano alla pelle in un disfatto aroma di cordite,
l'odore del suo sesso è misto a quello della guerra, colossali tramonti la cingono in un'eterna icona bizantina,
il suo linguaggio è un grezzo oro senza nome,
ella non parla, le parole che emana il suo stile la rincorrono come sciami d'esotici uccelli;
ogni nuova forma la possiede fino allo sfinimento ed ella la possiede tentando di definire l'indefinibile,
quel qualcosa che la abita e che esiste in luce tra le pieghe del suo spirito malato,
non c'è che questo, il rendere finito l'infinito abisso che elettrizza il dolore trasformando in vitalità l'arresa.
Mille maschere, albe raggiunte, notti desolate, viaggi su cui le palpebre si chiudono come sepolcri, eppure ferma nell'attesa di dire ciò che non può essere detto,
mano musicale che tenta di racchiudere l'universo come un uccello ferito...
...ingenua perdizione, passionale innocenza,
si muove fra i giovani come una vecchia,
fra i vecchi è sempre la più giovane.
(Il Lorenzaccio)
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venerdì 10 ottobre 2008
Una ragione per vivere
Come tutte le mattine sgranò gli occhi tre minuti prima dell’ ora su cui aveva puntato la sveglia.
Tre minuti.
Troppo pochi per riuscire a fare un’ ultimo sogno, troppi per alzarsi soddisfatto.
Imprecò mentalmente e mise fuori un piede, il sinistro. Sollevò la coperta e tirò fuori anche l’ altro.
Le ciabatte erano un paio di fredde mattonelle più in là. Fece un profondo respiro, spense la sveglia e raggiunse le sue pantofole.
Aveva l’ abitudine di andare in ufficio un’ ora prima. Non si segnava straordinario. Avrebbe voluto usare quell’ ora per leggere il giornale in santa pace, ma già da tempo aveva dato il destro a chi lo straordinario lo prendeva e ne approfitta per andare a fare colazione al bar. La vita non è giusta.
Il capoufficio entrò come al solito spalancando la porta.
Sbam!
Ogni giorno era un colpo al cuore. Un battito perso, un attentato al suo muscolo cardiaco. Ci vuole tanto per non sbatterla. Stronzo.
Si guardò intorno e si accorse delle nuove pratiche, che la sera prima, quando era uscito, non c’ erano. Ovviamente erano state messe lì a bella posta di modo che il Grande Capo nel suo giro serale le notasse.
Emise un sospiro e si mise al lavoro.
Uscì dieci ore dopo, con la solita acidità di stomaco e un mal di testa che la metà sarebbe bastata.
A volte se i cavalli non corrono è colpa del fantino… Cominciava a dubitarne.
Tutti i giorni lo stesso beffardo rituale.
Settimana, dopo settimana le stesse lavate di capo immeritate. Le stesse umilianti ore alla fotocopiatrice.
Tranne il sabato.
Il sabato era suo. Totalmente.
Andava per i boschi, a volte a funghi, altre ad asparagi. Altre ancora semplicemente ad ascoltare il silenzio.
Non ricordava di aver mai girato a sinistra dopo quel masso.
Si, quella enorme sfera di granito era un riferimento che prendeva spesso.
Era impossibile non notarla, non vi era spiegazione logica al perché si trovasse lì in quella boscaglia dal suolo tufaceo. Aveva già cercato funghi in quella zona e qualche bel galluzzo l’ aveva trovato, ma non era andato mai a sinistra. Mai.
Un nuovo percorso.
Forse un bivio?
Sorrise a quell’ idea e si rallegrò per la piccola novità di quella scelta.
Un po’ d’ avventura finalmente!
Il diametro dei tronchi cominciò a cambiare. Dapprima impercettibilmente, poi in maniera sempre più evidente. I miseri alberelli che aveva lasciato alle spalle cedettero il posto a delle maestose querce. Anche il sottobosco era cambiato. Il tappeto di foglie secche e l’ accozzaglia di rovi nel quale si era dovuto far largo a forza aveva lasciato il posto ad un bel manto di felci. Era più verde, più vivo. Un profumo muschiato permeava le narici risvegliando sensazioni sopite.
Un sorriso aveva cominciato a fiorire sulle sue labbra.
Il mormorio sussurrato d’ un ruscello lo sorprese a fischiettare sommessamente.
Deviò inconsapevolmente verso quell’ argentino scrosciare d’acqua.
La luce del giorno prese a far capolino fra le fronde delle querce che parevano diradarsi.
In paio di svolte e si ritrovò in un radura che digradava verso un laghetto.
Un laghetto!
Un laghetto in quel bosco. Non ne aveva mai sentito parlare.
Beh, effettivamente era quasi una pozza. Poco più grande di un campo da tennis.
Ma la cascatella che vi si gettava con un salto d’ un paio di metri luceva di arcobaleni e creava una sottile nebbiolina che, agitata dal vento, sembrava danzare sulla superficie dell’ acqua.
Gli eroi delle saghe nordiche avrebbero pensato che quei piccoli vortici di nebbia rilucente nascondevano degli elfi danzanti.
Forse era davvero così. Bastava guardare con più attenzione.
Si sedette sul bordo del laghetto e guardò il suo riflesso. Si vide stanco, ma con una luce nuova negli occhi, una luce che da tempo non vedeva in quell’ uomo grigio che la mattina s’ affacciava nel suo specchio.
Si girò come chiamato da una voce silenziosa.
Lei era lì. Capelli scuri ed occhi azzurri.
Occhi nei quali perse e ritrovò se stesso.
La sveglia trillò. La sua mano usci da sotto le coperte e la spense.
Mise un piede fuori dalla coperta, il sinistro. Guardò le ciabatte lontane un paio di mattonelle dal bordo del letto e sorrise. Si girò verso l’ altro lato del letto. Osservò in silenzio un paio di occhi chiusi che sapeva essere azzurri.
Il suo sorriso divenne più ampio.
Tre minuti.
Troppo pochi per riuscire a fare un’ ultimo sogno, troppi per alzarsi soddisfatto.
Imprecò mentalmente e mise fuori un piede, il sinistro. Sollevò la coperta e tirò fuori anche l’ altro.
Le ciabatte erano un paio di fredde mattonelle più in là. Fece un profondo respiro, spense la sveglia e raggiunse le sue pantofole.
Aveva l’ abitudine di andare in ufficio un’ ora prima. Non si segnava straordinario. Avrebbe voluto usare quell’ ora per leggere il giornale in santa pace, ma già da tempo aveva dato il destro a chi lo straordinario lo prendeva e ne approfitta per andare a fare colazione al bar. La vita non è giusta.
Il capoufficio entrò come al solito spalancando la porta.
Sbam!
Ogni giorno era un colpo al cuore. Un battito perso, un attentato al suo muscolo cardiaco. Ci vuole tanto per non sbatterla. Stronzo.
Si guardò intorno e si accorse delle nuove pratiche, che la sera prima, quando era uscito, non c’ erano. Ovviamente erano state messe lì a bella posta di modo che il Grande Capo nel suo giro serale le notasse.
Emise un sospiro e si mise al lavoro.
Uscì dieci ore dopo, con la solita acidità di stomaco e un mal di testa che la metà sarebbe bastata.
A volte se i cavalli non corrono è colpa del fantino… Cominciava a dubitarne.
Tutti i giorni lo stesso beffardo rituale.
Settimana, dopo settimana le stesse lavate di capo immeritate. Le stesse umilianti ore alla fotocopiatrice.
Tranne il sabato.
Il sabato era suo. Totalmente.
Andava per i boschi, a volte a funghi, altre ad asparagi. Altre ancora semplicemente ad ascoltare il silenzio.
Non ricordava di aver mai girato a sinistra dopo quel masso.
Si, quella enorme sfera di granito era un riferimento che prendeva spesso.
Era impossibile non notarla, non vi era spiegazione logica al perché si trovasse lì in quella boscaglia dal suolo tufaceo. Aveva già cercato funghi in quella zona e qualche bel galluzzo l’ aveva trovato, ma non era andato mai a sinistra. Mai.
Un nuovo percorso.
Forse un bivio?
Sorrise a quell’ idea e si rallegrò per la piccola novità di quella scelta.
Un po’ d’ avventura finalmente!
Il diametro dei tronchi cominciò a cambiare. Dapprima impercettibilmente, poi in maniera sempre più evidente. I miseri alberelli che aveva lasciato alle spalle cedettero il posto a delle maestose querce. Anche il sottobosco era cambiato. Il tappeto di foglie secche e l’ accozzaglia di rovi nel quale si era dovuto far largo a forza aveva lasciato il posto ad un bel manto di felci. Era più verde, più vivo. Un profumo muschiato permeava le narici risvegliando sensazioni sopite.
Un sorriso aveva cominciato a fiorire sulle sue labbra.
Il mormorio sussurrato d’ un ruscello lo sorprese a fischiettare sommessamente.
Deviò inconsapevolmente verso quell’ argentino scrosciare d’acqua.
La luce del giorno prese a far capolino fra le fronde delle querce che parevano diradarsi.
In paio di svolte e si ritrovò in un radura che digradava verso un laghetto.
Un laghetto!
Un laghetto in quel bosco. Non ne aveva mai sentito parlare.
Beh, effettivamente era quasi una pozza. Poco più grande di un campo da tennis.
Ma la cascatella che vi si gettava con un salto d’ un paio di metri luceva di arcobaleni e creava una sottile nebbiolina che, agitata dal vento, sembrava danzare sulla superficie dell’ acqua.
Gli eroi delle saghe nordiche avrebbero pensato che quei piccoli vortici di nebbia rilucente nascondevano degli elfi danzanti.
Forse era davvero così. Bastava guardare con più attenzione.
Si sedette sul bordo del laghetto e guardò il suo riflesso. Si vide stanco, ma con una luce nuova negli occhi, una luce che da tempo non vedeva in quell’ uomo grigio che la mattina s’ affacciava nel suo specchio.
Si girò come chiamato da una voce silenziosa.
Lei era lì. Capelli scuri ed occhi azzurri.
Occhi nei quali perse e ritrovò se stesso.
La sveglia trillò. La sua mano usci da sotto le coperte e la spense.
Mise un piede fuori dalla coperta, il sinistro. Guardò le ciabatte lontane un paio di mattonelle dal bordo del letto e sorrise. Si girò verso l’ altro lato del letto. Osservò in silenzio un paio di occhi chiusi che sapeva essere azzurri.
Il suo sorriso divenne più ampio.
barocco 2
Passeggia nel parco che è suo ma non le appartiene, ha una maschera che dovrebbe celarle il volto e che la fa piangere, ella entra in quel parco solo all'incerta luce del mattino o a quella esausta della sera.
Insegue la fine di una festa eterna fino al margine di un lago che tocca l'orizzonte con morbida quiete,
aspettando che il sole o a luna creino una scia tremante sul placido specchio.
E' quello il suo sentiero poichè ovunque si sposti la segue invitandola a raggiungerlo.
Sono i rari momenti di d'innocenza che scacciano l'agrodolce umore dell'orgia, ella si china come un animale del bosco e beve dalle mani a coppa, chiude gli occhi nella maschera e le sembra di dissetarsi ad una trasparenza, si gela i denti e torna a sorridere, poi riprende a muoversi fra le siepi nero-verdi, sedotta dai violenti angoli della potatura, persa nei sentieri complessi del labirinto.
C'è un momento, poco prima dell'avvento di luna e sole, in cui la natura trattiene il respiro e tutto è immoto;
è in quel momento che lei rinasce a se stessa, riempiendo quel vuoto col proprio dolore, solo allora può togliere la maschera e contemplare il viso nell'acqua che sta per esplodere.
C'è una piccola folla che si allontana ridendo e l'eco dei passi la chiama, come una musica nuova che trasforma in sogno il respiro dei padri,
è una sinfonia ghiacciata, resa acuta dai riflessi, un trionfo che si posa sul mondo in minuti frattali d'argento.
Anche lei può sentirsi crudelmente sfrondata adesso, come le siepi imperiali, capire infine la disastrosa simmetria dei propri lineamenti che fanno di quel viso brutalmente bello qualcosa di diverso da ciò che sembra essere.
La sua natura apparentemente retta è come una siepe troppo potata, chiusa ad ogni inutile gioco, getta invece ombre dai vizi innominabili. (continua)
Il Lorenzaccio.
Insegue la fine di una festa eterna fino al margine di un lago che tocca l'orizzonte con morbida quiete,
aspettando che il sole o a luna creino una scia tremante sul placido specchio.
E' quello il suo sentiero poichè ovunque si sposti la segue invitandola a raggiungerlo.
Sono i rari momenti di d'innocenza che scacciano l'agrodolce umore dell'orgia, ella si china come un animale del bosco e beve dalle mani a coppa, chiude gli occhi nella maschera e le sembra di dissetarsi ad una trasparenza, si gela i denti e torna a sorridere, poi riprende a muoversi fra le siepi nero-verdi, sedotta dai violenti angoli della potatura, persa nei sentieri complessi del labirinto.
C'è un momento, poco prima dell'avvento di luna e sole, in cui la natura trattiene il respiro e tutto è immoto;
è in quel momento che lei rinasce a se stessa, riempiendo quel vuoto col proprio dolore, solo allora può togliere la maschera e contemplare il viso nell'acqua che sta per esplodere.
C'è una piccola folla che si allontana ridendo e l'eco dei passi la chiama, come una musica nuova che trasforma in sogno il respiro dei padri,
è una sinfonia ghiacciata, resa acuta dai riflessi, un trionfo che si posa sul mondo in minuti frattali d'argento.
Anche lei può sentirsi crudelmente sfrondata adesso, come le siepi imperiali, capire infine la disastrosa simmetria dei propri lineamenti che fanno di quel viso brutalmente bello qualcosa di diverso da ciò che sembra essere.
La sua natura apparentemente retta è come una siepe troppo potata, chiusa ad ogni inutile gioco, getta invece ombre dai vizi innominabili. (continua)
Il Lorenzaccio.
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lunedì 6 ottobre 2008
La penna laccata in rosso
Era passato in quella strada almeno un migliaio di volte.
Credeva di conoscerne a memoria ogni singola crepa sull’ asfalto.
Eppure..
Una fitta nebbiolina, di quelle che bagnano le ossa sotto i vestiti, avvolgeva ogni cosa.
Forse era per quello che la solita strada gli sembrava (diversa?) strana.
Le luci lontane dei lampioni tendevano ad un giallo tremolante.
Un brivido di freddo gli corse lungo la schiena.
Scostò una ciocca di capelli fradici dalla fronte e sbuffò in silenzio.
Ancora qualche decina di metri e sarebbe stato a casa sua, si sarebbe versato un abbondante bicchiere di pastis e avrebbe bevuto via il freddo in un sol sorso.
Sempre se fosse riuscito a trovarlo il suo portone con quella nebbia…
Un piccolo campanello trillò li vicino.
Quasi fu investito da un uomo infagottato in un paltò nero.
- Ma che caz... –
- Mi scusi, mi scusi-
L’ ombra corse via.
Si girò a guardare da dove era sbucato quel forsennato
Non poteva esserci quel negozio!
Era sicuro, abitava in quel quartiere da sempre.
Doveva essere uno di quei bazar d’ immigrati che spuntavano come funghi dal nulla.
Del resto l’ umidità di quella nebbia era proprio l’ ideale per i funghi.
Ridacchiò tra sé.
Si fermò un istante.
Scrollò brevemente le spalle e avvicinò la faccia alla vetrina.
Si, decisamente doveva essere un negozio di quelli.
Un mucchio indistinto di apparati elettronici, gadget indecifrabili, e paccottiglia varia.
Però.. .quella penna. Carina quella penna... Laccata rossa, con il corpo leggermente bombato, la custodia rigida in metallo. e il pennino che sembrava affilato come un rasoio… Quattro euro? Niente!
Entrò.
La commessa asiatica sfogliava annoiata una rivista piena di ideogrammi.
- Ehm, signorina..-
- Scusi signorina… Ehi ...-
La ragazza alzò due buchi neri dal giornale e lo mandò mentalmente a quel paese.
Lui registrò quell’ invito silenzioso, incassò la testa nelle spalle, prese un bel respiro e chiese:
- Mi può far vedere quella penna in vetrina?-
Controvoglia, la ragazza, appoggiò la rivista in modo da farlo sentire colpevole come un cane in una chiesa e si diresse alla vetrina. Senza neanche guardare infilò la mano nel coacervo di oggetti e ne estrasse la penna. Gliela porse.
Alla luce dei neon la laccatura della stilografica sembrava rosso sangue, con dei riflessi opalescenti quasi liquidi.
- La prendo.-
La commessa, che era tornata alla sua lettura, alzò gli occhi al cielo, volteggiò brevemente le dita dagli artigli smaltati sulla tastiera del registratore di cassa e ghermì la banconota da cinque dalla mano timida che lui le aveva porto.
- Mhhh, mi sa dire come si ricarica?-
- Si ricarica da sola, tenga-
Lasciò il resto sul piattino e si rigirò verso il suo giornale. Aveva già abusato troppo del suo tempo.
La casa era fredda, disordinata e non propriamente pulita.
I libri erano affastellati su tutte le superfici libere e anche su quelle che non avrebbero dovuto essere tali. Sulla scrivania invece si alternavano fogli bianchi e altri pieni di cancellature.
Aprì il mobiletto bar e stappò una nuova bottiglia di pastis, l ‘altra già giaceva esamine nel lavandino.
Si sedette alla scrivania, prese un foglio bianco. Tirò fuori la nuova penna, la estrasse dalla custodia.
- Cazzo!-
Una minuscola goccia di sangue cominciò a sgorgare dal suo dito indice
Osservò attentamente la penna ma non riuscì ad individuare la scheggia della laccatura che avrebbe dovuto essere la causa di quel taglietto.
Scrollò le spalle.
Cominciò a scrivere.
Nero, l ‘inchiostro era nero.
…Pezzi, persi e dispersi di pensieri diversi…
- Non male, non male davvero, forse stasera scrivo qualcosa di buono..-
…Sogni sognati e sognanti di assurde visioni…
- E allora! dove diavolo sta questa dannata scheggia!-
Una nuova goccia di sangue brillava sul suo dito. Sulla superficie della penna non c’ era nessuna sporgenza o irregolarità che potesse essere la causa di quella specie di puntura.
Posò la penna rossa e ricominciò a scrivere con la sua vecchia Aurora. Scrisse per dieci minuti di seguito.
Poi
- Vaffanculo!-
Il foglio venne accartocciato e gettato con violenza nel cestino.
Prese un nuovo bicchiere di pastis e girò la testa verso la penna rossa.
La prese di nuovo in mano. Una nuova goccia di sangue stillò dal suo dito. La posò sul piano della scrivania. Allungò la mano verso il cestino e ne trasse il foglio che aveva appena gettato.
Lo stirò ben bene con il palmo della mano e cominciò a studiarlo.
Le prime due strofe scritte in nero erano le più belle che aveva mai composto, poi da quando aveva ricominciato ad usare l ‘ Aurora in blu era ricominciata la solita danza di banalità e luoghi comuni.
Anche la calligrafia delle prime due righe era più aggraziata e poi quel colore era… (strano?) magnifico, seducente. Non era il solito nero asciutto e impersonale, era profondo come una notte insonne, scuro come un mistero, con dei riflessi vermigli quasi di … sangue!
Riprese la penna rossa, guardò con un sorriso folle la goccia di sangue che subito era fiorita sul suo polpastrello e riprese a scrivere.
Lo trovarono dopo una settimana.
Un vicino che aveva sentito uno strano odore aveva chiamato i vigili del fuoco.
Era lì, seduto alla sua scrivania con una montagna di fogli davanti.
Gli uomini della polizia che svolsero le indagini, non avevano mai letto niente di più bello di quello che era scritto su quei fogli.
Il medico legale stabilì che si era lasciato morire di inedia. Anche se aveva scoperto tracce di una strana anemia che non risultava dalle cartelle cliniche che era riuscito a rintracciare.
Credeva di conoscerne a memoria ogni singola crepa sull’ asfalto.
Eppure..
Una fitta nebbiolina, di quelle che bagnano le ossa sotto i vestiti, avvolgeva ogni cosa.
Forse era per quello che la solita strada gli sembrava (diversa?) strana.
Le luci lontane dei lampioni tendevano ad un giallo tremolante.
Un brivido di freddo gli corse lungo la schiena.
Scostò una ciocca di capelli fradici dalla fronte e sbuffò in silenzio.
Ancora qualche decina di metri e sarebbe stato a casa sua, si sarebbe versato un abbondante bicchiere di pastis e avrebbe bevuto via il freddo in un sol sorso.
Sempre se fosse riuscito a trovarlo il suo portone con quella nebbia…
Un piccolo campanello trillò li vicino.
Quasi fu investito da un uomo infagottato in un paltò nero.
- Ma che caz... –
- Mi scusi, mi scusi-
L’ ombra corse via.
Si girò a guardare da dove era sbucato quel forsennato
Non poteva esserci quel negozio!
Era sicuro, abitava in quel quartiere da sempre.
Doveva essere uno di quei bazar d’ immigrati che spuntavano come funghi dal nulla.
Del resto l’ umidità di quella nebbia era proprio l’ ideale per i funghi.
Ridacchiò tra sé.
Si fermò un istante.
Scrollò brevemente le spalle e avvicinò la faccia alla vetrina.
Si, decisamente doveva essere un negozio di quelli.
Un mucchio indistinto di apparati elettronici, gadget indecifrabili, e paccottiglia varia.
Però.. .quella penna. Carina quella penna... Laccata rossa, con il corpo leggermente bombato, la custodia rigida in metallo. e il pennino che sembrava affilato come un rasoio… Quattro euro? Niente!
Entrò.
La commessa asiatica sfogliava annoiata una rivista piena di ideogrammi.
- Ehm, signorina..-
- Scusi signorina… Ehi ...-
La ragazza alzò due buchi neri dal giornale e lo mandò mentalmente a quel paese.
Lui registrò quell’ invito silenzioso, incassò la testa nelle spalle, prese un bel respiro e chiese:
- Mi può far vedere quella penna in vetrina?-
Controvoglia, la ragazza, appoggiò la rivista in modo da farlo sentire colpevole come un cane in una chiesa e si diresse alla vetrina. Senza neanche guardare infilò la mano nel coacervo di oggetti e ne estrasse la penna. Gliela porse.
Alla luce dei neon la laccatura della stilografica sembrava rosso sangue, con dei riflessi opalescenti quasi liquidi.
- La prendo.-
La commessa, che era tornata alla sua lettura, alzò gli occhi al cielo, volteggiò brevemente le dita dagli artigli smaltati sulla tastiera del registratore di cassa e ghermì la banconota da cinque dalla mano timida che lui le aveva porto.
- Mhhh, mi sa dire come si ricarica?-
- Si ricarica da sola, tenga-
Lasciò il resto sul piattino e si rigirò verso il suo giornale. Aveva già abusato troppo del suo tempo.
La casa era fredda, disordinata e non propriamente pulita.
I libri erano affastellati su tutte le superfici libere e anche su quelle che non avrebbero dovuto essere tali. Sulla scrivania invece si alternavano fogli bianchi e altri pieni di cancellature.
Aprì il mobiletto bar e stappò una nuova bottiglia di pastis, l ‘altra già giaceva esamine nel lavandino.
Si sedette alla scrivania, prese un foglio bianco. Tirò fuori la nuova penna, la estrasse dalla custodia.
- Cazzo!-
Una minuscola goccia di sangue cominciò a sgorgare dal suo dito indice
Osservò attentamente la penna ma non riuscì ad individuare la scheggia della laccatura che avrebbe dovuto essere la causa di quel taglietto.
Scrollò le spalle.
Cominciò a scrivere.
Nero, l ‘inchiostro era nero.
…Pezzi, persi e dispersi di pensieri diversi…
- Non male, non male davvero, forse stasera scrivo qualcosa di buono..-
…Sogni sognati e sognanti di assurde visioni…
- E allora! dove diavolo sta questa dannata scheggia!-
Una nuova goccia di sangue brillava sul suo dito. Sulla superficie della penna non c’ era nessuna sporgenza o irregolarità che potesse essere la causa di quella specie di puntura.
Posò la penna rossa e ricominciò a scrivere con la sua vecchia Aurora. Scrisse per dieci minuti di seguito.
Poi
- Vaffanculo!-
Il foglio venne accartocciato e gettato con violenza nel cestino.
Prese un nuovo bicchiere di pastis e girò la testa verso la penna rossa.
La prese di nuovo in mano. Una nuova goccia di sangue stillò dal suo dito. La posò sul piano della scrivania. Allungò la mano verso il cestino e ne trasse il foglio che aveva appena gettato.
Lo stirò ben bene con il palmo della mano e cominciò a studiarlo.
Le prime due strofe scritte in nero erano le più belle che aveva mai composto, poi da quando aveva ricominciato ad usare l ‘ Aurora in blu era ricominciata la solita danza di banalità e luoghi comuni.
Anche la calligrafia delle prime due righe era più aggraziata e poi quel colore era… (strano?) magnifico, seducente. Non era il solito nero asciutto e impersonale, era profondo come una notte insonne, scuro come un mistero, con dei riflessi vermigli quasi di … sangue!
Riprese la penna rossa, guardò con un sorriso folle la goccia di sangue che subito era fiorita sul suo polpastrello e riprese a scrivere.
Lo trovarono dopo una settimana.
Un vicino che aveva sentito uno strano odore aveva chiamato i vigili del fuoco.
Era lì, seduto alla sua scrivania con una montagna di fogli davanti.
Gli uomini della polizia che svolsero le indagini, non avevano mai letto niente di più bello di quello che era scritto su quei fogli.
Il medico legale stabilì che si era lasciato morire di inedia. Anche se aveva scoperto tracce di una strana anemia che non risultava dalle cartelle cliniche che era riuscito a rintracciare.
nuovo barocco 1
E' una regina viziosa, con qualcosa di assente negli occhi, vive nella reggia sotto un cielo metallico.
L'orizzonte è il chiuso bacino delle sue lontananze, gioielli le pendono dal corpo come frattaglie e la crudele decisione dei suoi lineamenti insegue ciò che rimane del sole nei giardini dalle ombre spezzate.
E' magra, trasognata e febbrile.
Era buona ma ha voluto divenire grande così è impazzita.
Trucca il viso con la morte per asfissia, presiede alle orge drappeggiata di rosso, le sue labbra sono nere come la pece, il suo sesso è un livido diamante,
ella discende sul mondo come l'alba su un rapace affamato.
E' cinica scaltra ed egoista.
I suoi nervi usurati dalla lussuria giocano stridule note corrotte,
bianca principessa dalle roride acque eletta regina nella perdizione,
bianco su bianco il suo viso come calce sulle ossa sepolte.
E' una regina bizzarra, avvelenata da una luce pesante,
il suo cuore è un valzer lamentoso,
ella è un fiore di panno vedovile, i suoi seni sono battole, il ventre un mare in bonaccia, i suoi denti marciti dagli zuccheri allineano folli sorrisi.
Persa nella notte come una bestemmia segue il filo tirato dalla morte, ama il fuoco, la danza incontrollata, i cortei militari su cui i colori si affastellano come scaglie trafitte,
è la regnante che si è voluto viziare, l'esotico sogno di bellezza che la povertà culla fra le piaghe sorridenti, è l'innesto d'argento nella trama bruna, l'incipriata carne dai soffitti imbottiti.
Fra i suoi capelli brulicano ori ed unghie smaltate,
la regione della sua gioia confina con l'incubo,
le sue visioni erompono dall'ombra in mute processioni.
E' sterile adorna e disturbata,
le sue dita come vermi che sognano seguono l'orlo dell'incesto,
immemori e cieche come sudditi pronti a compiacerla.
Seduta al balcone della reggia,
misti al tramonto i colori della guerra le trasfigurano il viso.
E' una regina viziosa esile e consunta dalla tisi,
nel castone degli occhi l'infiammato parto che non avrà mai luogo...(continua)
"Il Lorenzaccio"
L'orizzonte è il chiuso bacino delle sue lontananze, gioielli le pendono dal corpo come frattaglie e la crudele decisione dei suoi lineamenti insegue ciò che rimane del sole nei giardini dalle ombre spezzate.
E' magra, trasognata e febbrile.
Era buona ma ha voluto divenire grande così è impazzita.
Trucca il viso con la morte per asfissia, presiede alle orge drappeggiata di rosso, le sue labbra sono nere come la pece, il suo sesso è un livido diamante,
ella discende sul mondo come l'alba su un rapace affamato.
E' cinica scaltra ed egoista.
I suoi nervi usurati dalla lussuria giocano stridule note corrotte,
bianca principessa dalle roride acque eletta regina nella perdizione,
bianco su bianco il suo viso come calce sulle ossa sepolte.
E' una regina bizzarra, avvelenata da una luce pesante,
il suo cuore è un valzer lamentoso,
ella è un fiore di panno vedovile, i suoi seni sono battole, il ventre un mare in bonaccia, i suoi denti marciti dagli zuccheri allineano folli sorrisi.
Persa nella notte come una bestemmia segue il filo tirato dalla morte, ama il fuoco, la danza incontrollata, i cortei militari su cui i colori si affastellano come scaglie trafitte,
è la regnante che si è voluto viziare, l'esotico sogno di bellezza che la povertà culla fra le piaghe sorridenti, è l'innesto d'argento nella trama bruna, l'incipriata carne dai soffitti imbottiti.
Fra i suoi capelli brulicano ori ed unghie smaltate,
la regione della sua gioia confina con l'incubo,
le sue visioni erompono dall'ombra in mute processioni.
E' sterile adorna e disturbata,
le sue dita come vermi che sognano seguono l'orlo dell'incesto,
immemori e cieche come sudditi pronti a compiacerla.
Seduta al balcone della reggia,
misti al tramonto i colori della guerra le trasfigurano il viso.
E' una regina viziosa esile e consunta dalla tisi,
nel castone degli occhi l'infiammato parto che non avrà mai luogo...(continua)
"Il Lorenzaccio"
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giovedì 2 ottobre 2008
La caduta.
Sono cresciuto sdraiato su questo pavimento, la guancia a terra.
Da sempre guardo il mondo che è la mia stanza come un bambino nell'esperienza della prima caduta. Ed è una caduta l'intera mia esistenza, immobile come un grido congelato, il freddo sul viso, il mondo storto, storto io ai suoi occhi.
A volte depongo un accendino sui fogli che scrivo, obliquo amanuense.
Mi piacciono molto gli accendini, ne colleziono a dozzine, soprattutto se sottili, altrimenti non passerebbero la fessura sotto la porta.
Non accendo mai la luce primaria perchè questo significherebbe aderire prospetticamente al mondo, le luci periferiche danno un che di sognante alla mia condizione.
A volte sento i miei occhi cadere come pianeti nel rumore di una goccia d'acqua e li osservo guardarmi.
Mangio solo cibo sottile e bevo da una cannuccia.
Libri troppo voluminosi vengono strappati in feuilletton che leggo a puntate come avveniva nell'Ottocento.
Un giorno ho avuto una donna che non poteva passare al di sotto della porta. Si è sdraiata anche lei a terra, dall'altra parte, mi parlava cercando d'infilare i suoni nello stretto pertugio, ho creduto d'amarla, ho persino tentato di raggiungere le sue dita forzando le nocche ma il viso stava staccandosi da terra e i miei occhi mi fissavano atterriti.
Poi se n'è andata.
Non si può vivere caduti a terra se non dalla nascita.
Nessuna imitazione, è questione d'immobilità.
Le stagioni sfilano oltre il limite della porta ma qui è un'unica stagione che ha l'ombra come clima.
Chi mi ha generato mi raggiunge se è sottile e nel tempo ha rinunciato considerando la mia una scelta, ma non è così, nascere in caduta è un segno contratto involontariamente.
Spesso sento il mio cuore come un guanto rovesciato, penso il sole viola come l'interno di una bara, vorrei quantomeno alzarmi, poggiare la schiena contro la porta.
Non dico aprire ma percepire vibrazioni, suoni troppo spessi per la fessura,
amare, per una volta, ciò che è grosso.
Io non posso farlo.
Tutto ciò che in me non è sottile resta nella stanza e finisce col decomporsi, se smettessi di essere ciò che sono realizzerei di non poter passare al di sotto della porta e mi decomporrei.
Ho letto di porte sbarrate e di persone murate vive dietro di esse.
Io non sono così.
E' il mondo ad essere troppo grosso per raggiungermi ed io non posso aprire la porta perchè sarebbe perfettamente inutile, è il mio dio, la religione che mi sostiene da trent'anni, sapere di poter passare e scegliere la caduta...
...qualcuno potrebbe aprire la porta ma ha bisogno di sapermi a terra,
sottile,
nutrito di cose sottili.
(Il Lorenzaccio)
Da sempre guardo il mondo che è la mia stanza come un bambino nell'esperienza della prima caduta. Ed è una caduta l'intera mia esistenza, immobile come un grido congelato, il freddo sul viso, il mondo storto, storto io ai suoi occhi.
A volte depongo un accendino sui fogli che scrivo, obliquo amanuense.
Mi piacciono molto gli accendini, ne colleziono a dozzine, soprattutto se sottili, altrimenti non passerebbero la fessura sotto la porta.
Non accendo mai la luce primaria perchè questo significherebbe aderire prospetticamente al mondo, le luci periferiche danno un che di sognante alla mia condizione.
A volte sento i miei occhi cadere come pianeti nel rumore di una goccia d'acqua e li osservo guardarmi.
Mangio solo cibo sottile e bevo da una cannuccia.
Libri troppo voluminosi vengono strappati in feuilletton che leggo a puntate come avveniva nell'Ottocento.
Un giorno ho avuto una donna che non poteva passare al di sotto della porta. Si è sdraiata anche lei a terra, dall'altra parte, mi parlava cercando d'infilare i suoni nello stretto pertugio, ho creduto d'amarla, ho persino tentato di raggiungere le sue dita forzando le nocche ma il viso stava staccandosi da terra e i miei occhi mi fissavano atterriti.
Poi se n'è andata.
Non si può vivere caduti a terra se non dalla nascita.
Nessuna imitazione, è questione d'immobilità.
Le stagioni sfilano oltre il limite della porta ma qui è un'unica stagione che ha l'ombra come clima.
Chi mi ha generato mi raggiunge se è sottile e nel tempo ha rinunciato considerando la mia una scelta, ma non è così, nascere in caduta è un segno contratto involontariamente.
Spesso sento il mio cuore come un guanto rovesciato, penso il sole viola come l'interno di una bara, vorrei quantomeno alzarmi, poggiare la schiena contro la porta.
Non dico aprire ma percepire vibrazioni, suoni troppo spessi per la fessura,
amare, per una volta, ciò che è grosso.
Io non posso farlo.
Tutto ciò che in me non è sottile resta nella stanza e finisce col decomporsi, se smettessi di essere ciò che sono realizzerei di non poter passare al di sotto della porta e mi decomporrei.
Ho letto di porte sbarrate e di persone murate vive dietro di esse.
Io non sono così.
E' il mondo ad essere troppo grosso per raggiungermi ed io non posso aprire la porta perchè sarebbe perfettamente inutile, è il mio dio, la religione che mi sostiene da trent'anni, sapere di poter passare e scegliere la caduta...
...qualcuno potrebbe aprire la porta ma ha bisogno di sapermi a terra,
sottile,
nutrito di cose sottili.
(Il Lorenzaccio)
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mercoledì 1 ottobre 2008
Il pescatore

Lì dove la spiaggia muore contro il muraglione del molo c’ è abbastanza spazio per giocare.
I bambini vi disputano infinite partite di pallone, in un continuo turbinio di piedi scalzi, grida e nuvole di sabbia.
I bambini vi disputano infinite partite di pallone, in un continuo turbinio di piedi scalzi, grida e nuvole di sabbia.
Tutti i pescatori occasionali che gettano lì le loro lenze li bersagliano di improperi e ammonimenti .
Tutti.
Tutti.
Tranne quel vecchio.
E i bambini lo provocano apposta.
E i bambini lo provocano apposta.
I più bravi cercano di colpirlo in maniera da sembrare un incidente.
Gli altri semplicemente urlano più forte.
Per far scappare i pesci.
I bambini sanno essere crudeli
il vecchio risponde con la più totale indifferenza.
Se non fosse per l’ occasionale sciabordio di qualche incauto pesce rimasto sull’ amo, si potrebbe credere sia una statua.
I bambini sanno essere crudeli
il vecchio risponde con la più totale indifferenza.
Se non fosse per l’ occasionale sciabordio di qualche incauto pesce rimasto sull’ amo, si potrebbe credere sia una statua.
Venne il tramonto e come ogni sera iniziò lo stillicidio delle evasioni dal campo.
Uno ad uno i giocatori dovettero abbandonare la partita per raggiungere le loro case.
Solo Andrea sembrava non aver coprifuochi.
Suo padre era uscito un giorno in mare e sua madre aveva pianto quando i suoi compagni le avevano raccontato di una tempesta con onde che non si ricordavano a memoria d’ uomo.
Poi si era consolata tra le braccia del capitano.
Per un po’ parve funzionare, poi un giorno anche il capitano uscì e, sebbene non ci furono tempeste, anche lui non tornò.
La madre ricominciò a piangere, ma questa volta senza braccia consolatrici.
Ora era così spesso ubriaca che non si accorgeva neanche se la sera a cena la sedia di Andrea era vuota
Il vecchio recuperò la lenza e gettò in mare ciò che restava dell’ esca.
Lentamente si alzò in piedi, smontò gli elementi della canna e tirò la funicella che legava la nassa con i pesci che aveva catturato.
Si gettò un mantellaccio logoro sulle spalle, calzò un cappello fin quasi sugli occhi e si allontanò dal molo.
Andrea prese il pallone sotto braccio e lo seguì.
La baracca puzzava di fumo e dalle fessure tra le assi uscica luce e odore di pesce.
Lo stomaco del ragazzo cominciò a protestare per la lunga inattività
- Entra-
Fece un sobbalzo, credeva di essere riuscito a non farsi vedere.
Mise la mano sulla maniglia e apri la porta.
Dentro c’ era ancora più puzza di fumo e la commistione di questa con l’ odore del cucinato aggrediva alla gola ed agli occhi.
- Prendi un piatto là dietro e siedi-
Obbedendo afferrò un piatto da una credenza polverosa, lo pulì con l’ orlo della maglietta e si sedette al tavolo.
Il vecchio mise un grossa fetta di pane bruscato sul piatto e poi vi versò un’ abbondante razione di zuppa rossa e fumante.
Andrea afferrò un cucchiaio e cominciò a mangiarne avidamente.
- Ti piace?-
Il bimbo annuì entusiasta.
- Prendine ancora-
Non se lo fece dire due volte.
Per un po’ parve funzionare, poi un giorno anche il capitano uscì e, sebbene non ci furono tempeste, anche lui non tornò.
La madre ricominciò a piangere, ma questa volta senza braccia consolatrici.
Ora era così spesso ubriaca che non si accorgeva neanche se la sera a cena la sedia di Andrea era vuota
Il vecchio recuperò la lenza e gettò in mare ciò che restava dell’ esca.
Lentamente si alzò in piedi, smontò gli elementi della canna e tirò la funicella che legava la nassa con i pesci che aveva catturato.
Si gettò un mantellaccio logoro sulle spalle, calzò un cappello fin quasi sugli occhi e si allontanò dal molo.
Andrea prese il pallone sotto braccio e lo seguì.
La baracca puzzava di fumo e dalle fessure tra le assi uscica luce e odore di pesce.
Lo stomaco del ragazzo cominciò a protestare per la lunga inattività
- Entra-
Fece un sobbalzo, credeva di essere riuscito a non farsi vedere.
Mise la mano sulla maniglia e apri la porta.
Dentro c’ era ancora più puzza di fumo e la commistione di questa con l’ odore del cucinato aggrediva alla gola ed agli occhi.
- Prendi un piatto là dietro e siedi-
Obbedendo afferrò un piatto da una credenza polverosa, lo pulì con l’ orlo della maglietta e si sedette al tavolo.
Il vecchio mise un grossa fetta di pane bruscato sul piatto e poi vi versò un’ abbondante razione di zuppa rossa e fumante.
Andrea afferrò un cucchiaio e cominciò a mangiarne avidamente.
- Ti piace?-
Il bimbo annuì entusiasta.
- Prendine ancora-
Non se lo fece dire due volte.
Ghermì il mestolo e si mise un’ altra enorme razione di zuppa nella scodella, mise il cucchiaio in bocca e sentì un oggetto rotondo e gelatinoso che premeva sul palato.
Sputò.
Un occhio!
Sputò.
Un occhio!
Si voltò a guardare il vecchio che lo fissava con un sorriso.
- Danno un tocco speciale alla mia zuppa-
- Danno un tocco speciale alla mia zuppa-
Andrea non tornò più da sua madre, ma lei ormai non aveva più lacrime.
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