IL MARE ASSENTE.
Sono un uomo che non è mai nato.
Della mia nascita non ho memoria né trovo tracce di crescita sul mio corpo. So di avere dei ricordi ma nel momento in cui provo a ridirli essi mi sfuggono come un piacere intenso che si rimanda fino a cadere nell’oblio. L’unica cosa di cui sono certo è di avere avuto origine in provincia. Non sono di quelli, io, nati in una capitale. Ho molto viaggiato anche se viaggiare per me non significa niente.
Non avendo passato non so emozionarmi, non riesco a cogliere nella natura quel riflesso d’infanzia che la renderebbe mitica e così il colore mi lascia indifferente e la bellezza dei paesaggi mi annoia.
Ho sempre avuto un bagaglio leggero ed abiti semplici che mi rendevano anonimo. Non ho mai assunto un’aria compiaciuta o ironica di fronte ai commenti dei miei compagni di viaggio. Mai ho schernito i loro facili entusiasmi. Anzi spesso li ho invidiati.
Le mie mani e i miei occhi sono le parti più belle del mio corpo.
Gli occhi sono di un azzurro affilato che sarebbe severo se non brillasse d’ingenuità nell’ovale del viso.
Quando sorrido sento il sole premere dietro le pupille.
Ho molto lavorato e spesso mi son rotto le ossa in mestieri di fatica eppure le mie mani sono bianche ed eleganti come quelle di un pianista o di uno studente.
Del lavoro non mi è mai importato nulla.
Ho fatto di tutto col massimo impegno e il più totale disinteresse. Le ore si sono succedute sulla mia pelle con violenta regolarità ma gli anni mi sorprendono giovane.
Io non invecchio.
Nessuno può dirlo perché nessuno mi riconosce per la strada. Non ho amici né famiglia. Le persone che incontro mi trovano simpatico e si riservano di invitarmi a cena ma poi, inevitabilmente, se ne dimenticano. Chiunque mi saluta abbracciandomi il giorno dopo torna a stringermi la mano e quello successivo a stento mi rivolge la parola.
Sono magro, curioso e assente.
Solo il mio sorriso, alle volte, mi risulta volgare, ma solo quando non lo controllo e mi sorprende in uno specchio o in una vetrina.
Amo le forme femminili.
Le donne.
Ne ho conosciute a centinaia.
Con ognuna di loro ho fatto l’amore senza sentire niente. Non lo dico con orgoglio perché l’orgoglio presupporrebbe consapevolezza e io non ho mai capito cosa mi stesse capitando.
Sono caduto nell’amore perché non lo volevo.
Io non parlo, non ho mai saputo ballare, non sono intraprendente né timido. Se sorrido lo faccio in solitudine ed evito di guardarmi negli occhi. Non sono virile ma nemmeno effeminato. Non ricerco passione e nemmeno protezione. Tutte le donne che ho incontrato hanno detto di trovarmi interessante perché me ne stavo zitto.
Loro parlavano.
Decidevano i tempi della storia.
Quando una di loro mi ha chiesto a cosa pensassi sempre, di continuo, perché era chiaro che avessi un’idea, una turbativa costante che mi rapiva dal mondo rendendomi vacuo e lontano, io le ho risposto: penso al mare.
Ed era vero. Ma non come la maggior parte della gente.
Ogni volta che ho cambiato città e posto di lavoro, ogni volta che ho abbandonato una casa prima che prendesse la mia forma, ad ogni nuova donna che pesava sul mio silenzio, io ho sentito il mare.
Non un mare estivo, garrulo di gioia e sospensioni, e nemmeno un mare invernale, tetro e rombante in una cornice di negozi chiusi e barche capovolte. No, io sentivo il mare riempire il cavo del mio corpo vuoto di passato. Avvertivo le acque schiaffeggiare i miei ricordi ciechi avanzando in me con onde come labbra arricciate.
E in ogni nuovo posto il mare dentro.
Tutto ciò che non sapevo di me stesso, quando inquieto profanavo quell’ assenza, veniva raggiunto dallo sbattere dei marosi sul pontile deserto. Da quel pontile osservavo me stesso, le mie profondità lenite.
Il sale curava una mancanza che tornava a riaprirsi.
Ad ogni nuova donna.
Città
Lavoro.
Non potevo spiegare, non seppi mai ridire quel mare.
Come i miei ricordi la certezza di quel mare mi si negava.
Per un po’ provai a vivere in spiaggia. M’imbarcai persino. Pensavo che così a stretto contatto con le acque, il mare mi avrebbe restituito i miei ricordi. Ma fu un fallimento. Non ero nato per essere un’isola. Ero una provincia immobile.
Il mio mare rivelava una radice senza tempo. Ero l’eterno senz’ombra la cui giovinezza priva di memoria genera un amore mostruoso.
Dietro l’anonima struttura del mio essere viveva una fame incessante come il ripetersi delle maree. Niente bastava a saziarmi.
Lasciavo le mie donne non appena finivano il mio silenzio sbattendo contro il passato come farebbe un insetto contro un vetro.
Lo facevano più volte, impossibili nel credermi privo di ricordi. Io cercavo di calmarle ma esse non si davano pace. Non era il fatto che io non fossi nato ad inquietarle ma il fatto che io non me ne curassi. Dovresti impazzire, mi dicevano.
Ma io sentivo il mare e le lasciavo tutte.
Sono un uomo che non è mai nato, la liquida armonia che riempie le mie vene è il racconto di un mare olimpico, immobile come un dio dell’antichità.
Io non so cosa sia la malinconia e la luce del sole è per me sempre nuova.
Non piango nei pomeriggi estivi e fra le ceneri chiare dell’autunno non spunta la viva favilla d’una rimembranza. Dietro l’azzurro dei miei occhi quieti infuria la tempesta d’una fame oceanica; nella notte sento i verdi fragori riempire le mie vene orfane di passato…sono il pontile spazzato dai venti annodati, sono il viaggio senza ragione di chi lascia fluttuare le proprie origini come bandiere intirizzite.
Io non cerco il mare, è lui che mi soccorre ferendomi.
Senza di lui il vuoto ingoierebbe la mia fame uccidendo le mie assenze.
Sono un provinciale e, come tutti i provinciali, ho il mito della città perfetta. La sogno immensa come il secolo che volta il millennio, fiorita di chiese, pennoni, bianche cinte rugose, vibrante di cori andalusi, ma soprattutto vinta di elettriche visioni.
Sogno una città affollata ad ogni ora del giorno e della notte dove il sonno sia stato debellato da una gioia idiota e onnipresente. Sogno una turba di folli e giovani menti che insceni un carnevale rabbioso per le vie della città vecchia.
Un porto che raccolga la luna in scaglie fiammeggianti sui detriti marini.
Sogno un margine inesplorato dove si grida ubriachi al deserto e si osserva il libero spazio cadere a latitudini insperate.
Sogno di camminare in questa città come solcando un corpo di donna marezzato dai canali brillanti. Sogno il cantico dei riflessi che l’alba depone sulle uova della notte, un infinito crepuscolo che tinga di viole le rovine remote, sogno un esercito di orfani dagli occhi neri che spicchi i corpi dai patiboli e li cosparga d’oro, sogno una cattedrale di luce dove grida esplodano al vetro dei rosoni.
Là troverò la mia nascita dimenticata fra i filari rugiadosi e la coglierò bagnata d’umori fra il frinire dei grilli e l’odore delle clematidi.
La mia giovinezza si scioglierà al frastuono delle onde e la fame siederà su un capitello spezzato liberando sale fra i ricordi.
Avrò diritto di cittadinanza nel passato, la luce si perderà nella natura e finalmente piangerò su ciò che fu bello e che non ritornerà.
Il Lorenzaccio
2 commenti:
mi ha preso il cuore...
io ho ricordi e passioni....
ma ho sentito quello che hai scritto.
mi ha preso il cuore...
io ho ricordi e passioni....
ma ho sentito quello che hai scritto.
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